Biglietto per l’Inferno: “Biglietto per l’Inferno” (1974) -di Alessandro Freschi

Se superficialmente vi soffermaste a misurare l’importanza della Trident esaminando il numero di produzioni distribuite nel fugace triennio d’attività (1973-1975) quasi certamente cadreste in un imperdonabile errore di valutazione. Nata come unità satellite dell’omonima agenzia di spettacolo che in quel periodo traghettò in terra italica i tour di Traffic, Genesis e Van Der Graaf Generator, la label fondata dalla triade CarraraColomboSalvadori è titolare di uno sterile catalogo discografico composto da soli otto long-playing e sei quarantacinque giri. Il valore intrinseco dei lavori griffati dalla lancia a tre rebbi – iconografico logo che richiama a Poseidone – è infatti da attribuire inequivocabilmente allo spessore tecnico-creativo degli artisti che sono affiliati alla piccola scuderia meneghina, essenziali protagonisti della scena avant-garde tricolore. Dal folk d’autore di Claudio Fucci alle ardite sperimentazioni di Donella Del Monaco e Alfredo Tisocco, passando per il rock progressivo dei fratelli Zarrillo (Seminaris), dei Trip e degli Eneide (anche se l’album inciso da quest’ultimi, “Uomini Umili, Popoli Liberi”, conoscerà la sua distribuzione solamente nel 1990) per poi concludere con la fusion dei Dedalus ed una band lombarda capitanata da un barbuto frontman che in molti apostrofano come “la voce del Diavolo“, i Biglietto per l’Inferno.
Dopo essersi incontrate a suonare sul palco di un locale della periferia di Lecco, le giovani band The Mako Sharks e The Gee decidono di far confluire le affini velleità musicali in un unico progetto artistico. Corre il 1972 quando Claudio Canali, Mauro Gnecchi e Giuseppe Baffo Banfi (The Gee) con la complicità degli “squaliFausto Branchini, Giuseppe Cossa e Marco Mainetti danno vita a Biglietto per l’Inferno. Sonorità dirompenti di matrice hard rock, testi dissacranti e un’energica presenza scenica marchiata dalla contemporanea presenza di due tastieristi (Banfi e Cossa) e dagli indiavolati proclami del vocalist Claudio consegnano ben presto una gratificante visibilità al sestetto tanto da meritare l’invito da parte degli Osanna di Lino Vairetti, nel giugno 1973, al partenopeo Be-In Pop Festival. Al cospetto di alcune centinaia di ragazzi, la formazione lecchese si esibisce al Villaggio Kennedy di Camaldoli in un contesto che vede alternarsi sul proscenio nomi del calibro di Franco Battiato, Perigeo e Claudio Rocchi e di vedette internazionali come Peter Hammill e Atomic Rooster.
Tra gli spettatori interessati dell’evento è presente Maurizio Salvadori, talent scout e manager della Trident Records, che colpito dalla performance del Biglietto decide di assoldarlo nel proprio team discografico. Agli inizi del 1974 i Nostri entrano così negli studi milanesi Regson in compagnia del fonico Paolo Bocchi per incidere l’eponima opera prima. “Biglietto per l’Inferno” fa la sua irruzione sugli scaffali dei negozi di dischi nel marzo dello stesso anno; all’interno della nivea cornice esplodono sulle facciate di copertina due istantanee stilizzate del geniale Caesar Monti che ritraggono Canali che salta impugnando un’asta da microfono in una sorta di rappresentazione iconica della mutabilità dell’anima umana, sospesa perennemente tra la luce ed il buio, tra il bene ed il male. Vista l’assoluta mancanza di crediti integrativi sulla cover, all’interno delle prime tremila copie rilasciate viene inserito un ciclostilato, vero oggetto di culto per collezionisti, in cui viene presentata la line-up del gruppo. Il ricorso al misticismo come unica ancora di salvezza per i profondi malesseri interiori che ci attanagliano.
Nelle liriche di Ansia, brano che apre la prima facciata di “Biglietto per l’Inferno”, Canali sembra inconsciamente oracoleggiare a quelli che saranno i suoi futuri percorsi spirituali che lo porteranno dapprima ad abbracciare la dottrina Hare Khrisna e in seguito il monachesimo benedettino. (“Un amico ha parlato di preti; Mai visti! Chi sono? Che fanno? Ciarlatani mercanti o profeti. Ma tolgono questo mio affanno). Un’inquieta anima giovane e ribelle che si arroga il diritto di indossare contemporaneamente gli abiti talari di Frate Isaia e le vesti del peccatore per raccontare nella penombra di un confessionale di assillanti conflitti di colpa ed improbabili redenzioni (“Racconta fratello qual è il tuo peccato, dimmi con chi, quante volte sei stato. Hai detto bugie, hai fatto la spia. Orsù perché indugi son frate Isaia. Confessione) volgendo lo sguardo verso smarriti punti di riferimento di una società in preda sempre più al bigottismo e al perbenismo (“Sulla terra regna una regina strana, abita in castelli formati d’ogni via. Cambia abito ogni sera e si chiama ipocrisia” – Una Strana Regina).
Liriche di assoluta presa, dense di dolorose riflessioni, accompagnate da sonorità dure e oscure, a tratti persino gotiche, che trasudano di depressione e sacralità e che sfociano nelle viscere di una profonda meditazione e ricerca dell’Io (“Pesanti fuochi caddero quel giorno, bagnarono i miei occhi, persi nella luce persi nello sforzo di capire di vedere quanta gioia pura da un semplice nevare” – Il Nevare) per poi spegnersi nei drammatici cromatismi di un grave atto inconsulto e irrimediabile. (“E il mondo ti condanna e ne parla disgustato. Questo sporco mondo idiota, proprio lui che t’ha creato” – L’Amico Suicida). L’album, promosso da trascinanti esibizioni live (al Santamonica Rock Festival il 25 luglio 1974 il Biglietto fu assoluto protagonista al fianco di Magma, Tim Buckley e Rod Stewart così come nei leggendari raduni del Parco Lambro e Villa Pamphili) raccoglie favori di pubblico e critica tanto da indurre Eugenio Finardi, produttore per la Trident, ad accelerare i tempi di un ritorno in sala di incisione della band per dare un seguito alla ispirata opera prima. Purtroppo la label, sempre più in crescente difficoltà finanziarie, riuscirà solamente a rilasciare un singolo promozionale del secondo album (Vivi, Lotta, Pensa / L’Arte Sublime di un Gusto Regnare) prima di eclissarsi definitivamente dalla ribalta causando di riflesso il prematuro scioglimento della band.
Il Tempo della Semina”, lavoro estremamente interessante, resterà chiuso in in cassetto sino al 1992 quando grazie all’interesse della Mellow Records finalmente conoscerà la meritata distribuzione. Giuseppe BaffoBanfi, dopo essere entrato in contatto con la mente dei Tangerine Dream, Klaus Schulze e la Berlin-School nel triennio 19781981 dà alla luce tre progetti che si rivelano ottimi esempi di proto new age di stampo elettro (“Galaxy My Dear”, “Ma, Dolce Vita” e “Hearth”) prima di dedicarsi definitivamente all’attività di fonico e produzioni video. Branchini e Gnecchi intraprendono percorsi legati al jazz-rock (il batterista collaborerà ai “Racconti della Terra Rossa” (1991), esordio solistico di Franco Mussida della P.F.M.), Cossa fonda il Centro Ricerca Arte Musica Spettacolo di Lecco mentre Mainetti si laurea in Fisica Elettronica e abbandona le scene musicali. “Qui ho trovato quello che dovevo essere, liberandomi da quello che semplicemente avrei dovuto essere. L’artista che c’è in me non è morto, è solo più cosciente”.
Canali
nel 1990 si ritira in preghiera e contemplazione presso l’Eremo della Beata Vergine del Soccorso di Minucciano (Lucca). Nel corso della permanenza Fra Claudio – questo è diventato il suo nome – affina le doti innate di artista a tutto tondo, eccellendo come disegnatore, scultore e intagliatore di legno non disdegnando la primaria passione per la musica e il suo flicorno baritono. Nel febbraio del 2010, dopo aver ottenuto il nulla osta del padre-priore torna a Valmadreda per prendere parte a una reunion del Biglietto per l’Inferno. Sarà questa inaspettata improvvisata l’ultima volta che Canali calpesterà un proscenio che dopo una lunga malattia spirerà la notte del 27 agosto 2018. In un suggestivo cortocircuito temporale il diabolico Frate Isaia è tornato a vivere grazie a Fra Claudio prima di intraprendere il suo decisivo viaggio senza ritorno. Con in mano un biglietto strappato a metà. Inferno o Paradiso, non è dato sapere.

Giuseppe Banfi: Minimoog, organo Gem, Echorec Binson.
Fausto Branchini: basso Fender Telecaster.
Claudio Canali: flauto, flicorno tenore Orsi, voce.
Giuseppe Cossa: pianoforte, organo Hammond C3.

Mauro Gnecchi: batteria Gretch.
Marco Mainetti: chitarra Gibson Les Paul Special.

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