Betty Davis: L’orgoglio della diversità – di Alessandro Gasparini

Nella prima metà degli anni settanta, la black music statunitense aveva già icone femminili di altissimo livello quali Aretha Franklin, Dionne Warwick e Tina Turner. Ma se il mondo del rock già vedeva frontwomen arrembanti e spigliate come Janis Joplin e Grace Slick, l’universo soul e R&B mancava ancora di un’icona che rompesse gli schemi. D’altro lato, anche nel pop i tempi di Deborah Harry e Madonna erano ancora lontani. È proprio in questo vuoto che si può collocare la figura di Betty Mabry, in arte Betty Davis. Nata a Durham nella Carolina del Nord nel 1945, si trasferisce a New York a 16 anni per frequentare il Fashion Institute of Technology di Manhattan. È proprio dalla “Grande Mela, e particolarmente dal Greenwich VIllage, che si fa rapire dal background musicale degli anni sessanta, mentre contemporaneamente posa come fotomodella per riviste come Seventeen, Ebony e Glamour. La frequentazione del milieu artistico newyorkese le fa conoscere Andy Warhol, Jimi Hendrix, Sly Stone e Miles Davis, con il quale convolerà a nozze nel 1968 prendendone il cognome. L’anno di matrimonio, conclusosi nel 1969, porterà in dote al trombettista l’influenza del rock e della psichedelia, che contamineranno il suo jazz negli album “In a silent way” (1969) e “Bitches brew” (1970).
Inoltre, il volto di Betty sarà presente sulla copertina di “
Filles de Kilimanjaro” (1969).
Da sempre appassionata di musica e dedita al suo poderoso e naturale strumento vocale, poiché nella sua famiglia era di casa l’amore per il blues, Betty Davis si focalizza sull’attività artistica al termine del matrimonio con Miles Davis. Dopo un periodo passato a Londra nel 1971, dove continua la professione di fotomodella, decide di tornare negli Stati Uniti. Proprio in questo frangente inizia, circondandosi di un ensemble di musicisti fenomenali, l’intenso lavoro che darà come frutto la pubblicazione di tre album nell’arco di tre anni. Sotto l’etichetta Just Sunshine, l’esordio avviene nel 1973 con l’omonimo “Betty Davis”, nel quale il soul viene sporcato dalle scariche di adrenalina proprie dell’hard blues e del funk più tosto. Si immagini, in tal senso, Isaac Hayes o Curtis Mayfield accompagnati dagli ZZ Top, mentre il groove incessante segue alla perfezione il personaggio trasgressivo e sensuale incarnato da Betty.
Da menzionare brani come
Game Is My Middle Name (che ricorda Back Door Man suonata dai Doors), Ooh Yeah e Anti Love Song. L’anno successivo è la volta di “They say I’m Different” (1974), sintesi perfetta tra l’anima black e il rock bianco. L’immagine di Betty in copertina è al contempo modaiola e alternativa, glam e dissacrante. Tutta la riconoscenza verso il blues e il rock’n roll viene fuori nella title track They Say I’m Different, nella quale vengo citati Robert Johnson, Big Mama Thornton, Elmore James, Jimmy Reed e Chuck Berry. In tutto ciò, il poderoso riff iniziale potrebbe stare benissimo in una versione riarrangiata di Loose degli Stooges o di Smoke On The Water dei Deep Purple. Memorabili anche 70’s Blues, He Was a Big Freak e Your Mama Wants Ya Back. I toni si ammorbidiscono leggermente nel 1975 in “Nasty Gal”, pubblicato sotto l’etichetta Island con una produzione più pulita e meno graffiante. Pur rientrando nei ranghi del soul e del funk, il disco non lesina episodi pieni di vigore come Nasty Gal e Shut Off The Light, accostati alle atmosfere più soffuse di You And I e The Lone Ranger.
Nonostante la presenza di una major come Island, il grande successo non arriverà. La sua personalità e il suo essere orgogliosamente diversa mai sposeranno i compromessi necessari per entrare nel circuito mainstream. L’innegabile punto di forza, ma che può al contempo essere un limite nell’industria discografica, è stata l’indipendenza che l’ha caratterizzata. Oltre a scrivere, creare e produrre la sua musica, Betty ha voluto ostinatamente farsi pioniere di un’immagine femminile aggressiva e sexy alla quale l’establishment musicale guardava ancora con sospetto. Di lì a poco sarebbe scomparsa dalle scene per ritirarsi a vita privata a Pittsburg. Tuttavia, le sue opere saranno riscoperte e rivalutate a distanza di anni come pietre miliari della black music, nonché ispiratrici di successivi artisti e gruppi trai quali Prince e Red Hot Chili Peppers. A fine anni 2000 l’etichetta Light In the Attic ristamperà i suoi album e pubblicherà l’inedito “Is it Love or Desire” (2009, registrato nel 1976), mentre nel 2017 uscirà il documentario “Betty: They Say I’m Different” diretto dal regista Phil Cox.

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