Bernardo Bertolucci: “Ultimo Tango a Parigi” (1972) – di Dario Lopez

Ciò che più ho apprezzato di “Ultimo Tango a Parigi” (1972), il “film scandalodi Bernardo Bertolucci, è l’assenza di morbosità nell’inusuale (e sicuramente forte) rapporto che si viene a instaurare tra i due protagonisti lungo lo svilupparsi della storia narrata. È noto come la pellicola scosse in maniera decisa il mondo del Cinema dei primissimi anni 70, provocando disagi tra gli esponenti di stampa e pubblico, soprattutto tra le frange più perbeniste e bigotte delle rispettive categorie, finendo anche tra le mani della magistratura che dopo diverse vicende giudiziarie ne decretò la distruzione. Il film scomparve così per diverso tempo e solo alcuni anni più tardi venne nuovamente riabilitato agli occhi del pubblico. Ancor oggi “Ultimo Tango a Parigi si porta dietro una sorta di alone da “film proibito“: un fatto poco comprensibile, visto il tempo trascorso. Tutte le chiacchiere sull’opera, scena del burro in primis, non fanno che offuscare il valore di un ottimo film che va decisamente oltre quelle due o tre cose sulle quali ci si è sempre superficialmente soffermati. Sicuramente per l’epoca, nonostante fosse passato il sessantotto e sul sesso alcuni discorsi erano già stati messi in piazza negli anni precedenti, “Ultimo Tango a Pariginon poteva che risultare controverso. Poco si parlò probabilmente dell’abilità di Bernardo Bertolucci nella messa in scena di una storia d’amore molto particolare, di situazioni estreme se vogliamo, e nemmeno ci si soffermò troppo su alcune sequenze davvero ben girate: una su tutte quella sorta di inseguimento tra Marlon Brando e Maria Schneider nella salita verso l’appartamento, lei in ascensore, lui sulle scale, ripresi in una sorta di vertigine, di spirale colma di desiderio.
Scelte artistiche, come tante altre, che nobilitano il film insieme alla fotografia di
Vittorio Storaro, alle musiche di Gato Barbieri ma, soprattutto, grazie all’adesione a due personaggi non facili da parte dei due bellissimi interpreti, ovviamente Marlon Brando e Maria Schneider, giovane talento (quest’ultima) purtroppo in larga parte schiacciato dalla popolarità che raggiunse il film e da tutte le polemiche che ne segnarono l’uscita. È un amore nato dal desiderio, dall’attrazione priva di conoscenza e che tale, almeno da parte di lui, vuole rimanere. Un appartamento vuoto come rifugio dal passato, da tutte le influenze esterne, dai nomi, dai dubbi, dai rimorsi, dalla vita come tutti la conoscono; solo un rapporto, un uomo, una donna, il sesso, le risate, chiacchiere e discorsi sul momento, sull’istante, sullo scoprirsi per quel che si è ora, al netto delle identità, del vissuto, del passato. Un desiderio. Due desideri, semplici, comprensibili, nonostante tutte le apparenze anche candidi per alcuni versi. Paul (Marlon Brando), americano residente a Parigi, è rimasto vedovo in seguito al suicidio della moglie che gli ha lasciato la gestione di un alberghetto di poche pretese.
L’uomo è in crisi in seguito alla morte della moglie, dopo un primo incontro pressoché casuale con la giovane
Jeanne (Maria Schneider) durante il quale si consuma un primo rapporto sessuale tra i due, inizierà una relazione fatta di incontri e passione durante i quali lui e lei si racconteranno poco l’uno dell’altro, principalmente per volere di lui, non si diranno nemmeno i loro nomi, orpelli ritenuti inutili da Paul. Se Paul è ormai privo di legami, Jeanne è invece fidanzata con un aspirante regista, il Jean-Pierre Léaud tanto caro a Truffaut: ciò nonostante, il rapporto con il più maturo Paul sarà per lei totalizzante. Negli ultimi anni abbiamo visto cose come il “Nynphomaniac” (2013) di Lars Von Trier. La forte carica erotica di “Ultimo tango a Pariginon risulta più così scabrosa, funziona ancora benissimo grazie alla sensualità di Maria Schneider e Marlon Brando, al contrario di quanto si possa pensare spesso innocentissima e naturale nei suoi nudi, grazie alla chimica scaturita dall’incontro tra i due che non sono i più alti esponenti della bellezza. Maria Schneider è sicuramente più sensuale che bella, Brando bellissimo in gioventù è in parte oramai sfiorito (anche se poi tutto è relativo) ma l’incastro funziona, soprattutto in virtù di una bella storia, quella dell’incontro tra un uomo e una donna, qui rivista in chiave originale e non banale. Lasciamo quindi perdere il burro, godiamoci il film per quel che è, sottolinenado magari le prestazioni di due attori che qui sono diventati i personaggi dentro la storia in maniera incredibile. Come per tutte le storie forti, soprattutto quelle d’amore, il finale tragico era forse inevitabile, più di tutte le polemiche per le quali il film viene principalmente ricordato.

Soggetto e sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli,
Agnès Varda, Robert Alley.
Fotografia: Vittorio Storaro.
Musiche: Gato Barbieri, arrangiate e condotte da Oliver Nelson.
Con Marlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Giovanna Galletti,
Jean-Pierre Leaud, Massimo Girotti.
1973 – David di Donatello David Speciale a Maria Schneider.
1973 – Nastro d’argento Regista del miglior film a Bernardo Bertolucci.
1974 – Premio Oscar Nomination Miglior regista a Bernardo Bertolucci,
nomination Miglior attore protagonista a Marlon Brando.
1974 – Golden Globe Nomination Miglior film drammatico a Alberto Grimaldi,
nomination Miglior regista a Bernardo Bertolucci.
1974 – British Academy Film Award Nomination Miglior attore protagonista
a Marlon Brando.
1974 – New York Film Critics Circle Award Miglior attore protagonista a Marlon Brando.

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