Beaver & Krause: “Gandharva” (1971) – di Francesco Chiari

Uno degli elementi reperibili nel mondo della fantascienza è la capsula spazio-temporale, nella quale sono racchiusi elementi che se portati alla luce possono avere un effetto benefico o malefico: si pensi al film di Mario BavaTerrore Nello Spazio”(1965), fra l’altro diretta ispirazione di “Alien” (1979). Anche “Gandharva” (1971) è una vera e propria capsula spazio-temporale, in quanto ci riporta atmosfere ed invenzioni di un tempo nel quale tutto sembrava davvero possibile. “Gandharva” – termine sanscrito che significa “musicista celestiale” – fu registrato proprio cinquant’anni fa, nel gennaio e febbraio del 1971, dal duo Paul Beaver e Bernard Krause, artisti di lunga e variegata esperienza diventati celebri per aver sfruttato le possibilità di un nuovo strumento come il Moog, inventato appunto nel 1963 da Robert Moog, che si era fatto le ossa col genialissimo ed imprevedibile musicista-inventore Raymond Scott. A livello di grande pubblico il Moog fu reso celebre da Lucky Man, famoso brano degli Emerson, Lake and Palmer, e in Italia dal grande successo della P.F.M. Impressioni di Settembre, “un botto pazzesco” per dirla col batterista Franz Di Cioccio. Gli anni della diffusione del Moog, usato ad esempio dai Beatles in “Abbey Road” (1969), sono anche gli anni nei quali si consuma un singolare matrimonio fra rock psichedelico e fantascienza, sia scritta sia filmata, con un terreno comune rintracciato nel tema del viaggio, in tutti i sensi.
Nel 1968 era uscito con grande clamore “2001: Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick, la cui descrizione del viaggio interstellare fu causa di un “viaggio” ben diverso, in quanto molti degli spettatori andavano al cinema per farsi le canne davanti allo schermo; fra l’altro questo film fruttò a Kubrick il suo unico Oscar, ma per gli effetti speciali, e sottolineiamo questo fatto come un marchio d’infamia, per Hollywood naturalmente. Lo stesso 1968 ci offrì la dimostrazione che il Moog poteva adattarsi anche alla musica eurocolta, col famoso “Switched On Bach” di Wendy Carlos – nota allora come Walter, prima dell’operazione per cambiare sesso – cui si deve anche la colonna sonora di “Arancia Meccanica”, uscito nello stesso 1971 di “Gandharva”; aggiungiamo la pubblicazione nel 1969 dello storico “A Rainbow In A Curved Air” di Terry Riley, che diffuse il minimalismo nel pop, e l’uscita nel novembre 1970 del disco “Blows Against The Empire”, attribuito a Paul Kantner & Jefferson Starship, un concept album incentrato proprio sul rapimento di un’astronave per fuggire da questo mondo malato.
Questo quindi l’ampio retroterra da cui emerge “Gandharva”, cui vanno aggiunti un riferimento passeggero all’astrologia, com’era allora di gran moda – nelle ricchissime note di copertina Bernard Krause afferma di sé e del partner “Paul è un Leone. Il mio quadro astrologico dà Sagittario con ascendente Leone” – e un altro riferimento assai più importante all’attività degli studi di registrazione californiani con la famosa “Wrecking Crew”, la “squadra demolizioni” dietro decine e decine di dischi importanti: Krause cita le migliaia di ore passate in studio con musicisti che vanno dai Beach Boys a Neil Young, e ne elenca venti in rigoroso ordine alfabetico. Quest’ultimo dato ci permetterà di dare una nostra chiave di lettura a “Gandharva”, che ha sempre un po’ sconcertato per la marcata differenza fra le due facciate, piccolo enigma cui vorremmo provare ad offrire una soluzione. Innanzitutto, Krause afferma in copertina e sull’etichetta del disco che esso è “una colonna sonora per un film inesistente”, dato già molto significativo, ed inoltre il lavoro appare proprio pensato per la struttura dell’LP, in quanto la prima facciata fa da prologo alla seconda, seguendo una logica davvero da film di fantascienza: sul lato A, registrato nel gennaio 1971, sembrano infatti essere state raccolte le testimonianze dell’attività umana su un pianeta in punto di esplodere o di entrare in collisione con un meteorite, costringendo gli abitanti ad un viaggio astrale magicamente evocato; sul lato B, quello da sempre più lodato, registrato in quadrifonia nei giorni 10 e 11 febbraio 1971 all’interno della Grace Cathedral di San Francisco, di confessione episcopale e tuttora in piena e rigogliosa attività.
Seguiamo la scaletta passo passo, con le parole di Krause come guida: il primo brano, Soft/White, firmato dai due come tutti quelli del lato A, è un pezzetto di cinquantadue secondi affidato solo al Moog, ma il secondo, Saga Of The Blue Beaver, è un vigoroso blues dal carattere funky, pregno di grinta e feeling, nel quale si alternano due signori chitarristi: prima Mike Bloomfield che si libra col suo tipico timbro sul classico giro di dodici battute lievemente modificato, poi – un semitono sopra – Ronnie Montrose, futuro leader dell’omonimo gruppo, il quale però improvvisa su un accordo solo, quasi a concentrare in un solo pezzo il blues arcaico e quello urbano. A seguire un altro pezzo incentrato sul Moog, Nine Moons In Alaska, definito da Krauseuno sviluppo di un certo lavoro che facemmo per Jack Nitzsche per il film con Mick Jagger, Performance”, oggi diventato film di culto, ed in questo brano sembra davvero vedere sbocciare la futura esperienza dei “corrieri cosmici” tedeschi, Tangerine Dream e Ash Ra Tempel in testa. A questo punto arriva un brano davvero profetico, Walkin’, in cui Patrice Holloway canta una melodia modale – registrata a cappella in una sola versione- cui Paul Beaver aggiunge una parte pianistica reminiscente sì di Erik Satie, come afferma Krause, ma anche del citato Riley: il tutto, come notato già da altri, anticipa singolarmente il floydiano The Great Gig In The Sky; la facciata si chiude col gospel corale terragno Walkin’ By The River, sostenuto dal sommo contrabbassista jazz Ray Brown, sempre stellare in qualsiasi contesto.
Insomma, l’acquirente del disco vedeva passare in rassegna i generi più diversi, ed al termine di questa carrellata doveva ancora ascoltare il lato B, in cui il tema del viaggio si spiegava in tutta la sua bellezza: in questo lato Krause rimane al Moog ma Beaver suona l’organo a canne della cattedrale, sfruttando al massimo l’acustica naturale della chiesa per creare un suono veramente ultramondano, da Musica delle sfere, in cui le memorie umane di cui al lato A sembrano trasfigurarsi magicamente. Dopo il brano introduttivo, con lo stesso titolo del disco, parte la prima sorpresa, By Your Grace, firmata nientedimeno che da Gerry Mulligan, che qui lascia libera di volare la sua immaginazione melodica in cui si riflette la sua origine irlandese, forse anche aiutato dall’organo a canne che gli avrà stimolato le memorie di cattolico ora non più praticante – Mulligan dichiarò a Gene Lees che non si sentiva più cattolico ma si sentiva davvero irlandese – contrappuntato da alcune frasi di flauto nel registro basso, strumento affidato a Bud Shank, che come Mulligan aveva fatto esperienza nell’orchestra di Stan Kenton, e che nel successivo Good Places, firmato come tutti gli altri brani dal duo titolare, improvvisa con rigogliosa invenzione al sax alto, lo strumento con cui divenne celebre (non al tenore, come erroneamente detto da Krause ma correttamente riportato nell’elenco dei musicisti). Nel successivo Short Film For David il sax contralto è affiancato da una chitarra, stavolta nelle mani di Howard Roberts, che dopo un inizio di “atmosfera” crea una sommessa ma efficace trama ritmica per le evoluzioni del sax alto, affiancate dal danzante sax baritono di Mulligan ed integrate da macchie discrete e non intrusive di Moog.
Il finale, Bright Shadows, è forse la pagina più stupefacente nel suo caleidoscopio sonoro: l’arpista Gail Laughton suona due arpe contemporaneamente – effetto introdotto in Italia da Elena Zaniboni – ed il suo iridescente tappeto sonoro si fonde senza scarti con l’organo a canne, creando un fondale da notte stellata vangoghiana su cui si muovono il flauto di Shank ed il sax baritono di Mulligan con tale leggerezza da sembrare davvero senza più alcun peso corporeo, come astronauti a passeggio nello spazio, distendendo le loro invenzioni su un tappeto modale venato di blues: la zampata finale di Mulligan ed i lacerti tematici di Shank si dissolvono magicamente nello spazio sonoro della cattedrale, metafora dello spazio siderale cui un’intera generazione, come abbiamo visto, anelava. Questo capolavoro riassume davvero un’intera scena musicale, sublimata in un’invenzione di altissima poesia che lo rende ancora oggi unico e forse inimitabile. Purtroppo l’esperienza del duo si concluse col successivo “All Good Men” del 1972, in cui si anticipano come nel precedente alcune atmosfere new age – pensate soprattutto ad un altro sassofonista, Paul Winter – perché Paul Beaver, già malato, morì prematuramente nel 1975 ad appena 49 anni, lasciando all’ammirazione dei posteri le testimonianze di un modo di vivere e sentire la musica che dopo cinque decenni non è affatto datata ed anzi può ancora dare frutti nelle mani giuste.

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