Barclay James Harvest: “Live” (1974) – di Pietro Previti

Si intitola “Live” (Polydor 1974) ed è semplicemente uno degli album doppi dal vivo più belli della prima metà degli anni Settanta. Registrato al Drury Lane di Londra e allo Stadium di Liverpool, il disco segna anche un momento di svolta per i Barclay James Harvest, che proprio in quel 1974 avevano cambiato management ed etichetta con la pubblicazione per la Polydor del quinto album “Everyone Is Everybody Else“. Un lavoro che non aveva pienamente soddisfatto John Lees (chitarra, voce), Les Holroyd (basso, voce), Stuart Woolly Wolstenholme (piano, mellotron, voce) e Mel Pritchard (batteria). Specialmente Woolly aveva avuto incomprensioni con il nuovo produttore, Rodger Bain, che sembrava volerne comprimere il ruolo all’interno della band. I quattro iniziarono a pensare che la scelta di affibbiargli quel compito fosse stata sbagliata. Rodger aveva sì fatto bene, ma con i Black Sabbath, producendo i loro primi epocali LP. Un hard rock duro e tenebroso, quanto di più lontano dal sound celestiale dei BJH, ricco di venature sinfoniche e orchestrali.
Eppure sarà proprio “Everyone Is Everybody Else” a risollevare le sorti del gruppo, aprendo loro le porte dei mercati tedesco, francese e svizzero e dando di fatto avvio alla seconda fase della loro carriera. Una stagione in cui i quattro musicisti, non potendo più disporre per ragioni economiche del supporto di arrangiatori e di un’orchestra precedentemente assicurati dalla EMI, dovranno contare solo su sé stessi. Va anche detto che al momento della pubblicazione di “Live“, novembre 1974, i BJH ne avevano fatto di strada. Formatisi a Saddleworth, Lancashire, nel settembre 1966 sul finire della stagione beat, erano stati inizialmente scritturati dalla EMI Parlophone per il singolo Early Morning / Mr. Sunshine dagli aromi psichedelici, che apparve ad inizio 1968. La successiva decisione della EMI di creare una label rivolta precipuamente al pubblico giovanile, attento alla musica progressiva e underground, vede i BJH coinvolti al punto tale che il nome Harvest dato alla neonata etichetta è più di una casualità, visto che fu il primo complesso ad essere messo sotto contratto.
Il primo e omonimo album appare nel 1970. Tra richiami a Beatles, King Crimson e Moody Blues è un lavoro raffinato e ricercato con suggestive parti di mellotron suonate da Wolstenholme. Non otterrà però riscontri commerciali significativi e resterà un caso isolato nella discografia del gruppo, tanto che nessun brano comparirà nel doppio dal vivo. È con il successivo “Once Again“, registrato nell’autunno del 1970 e uscito il 5 febbraio 1971, che Lees e soci cominciano a raccogliere i primi significativi risultati. Dal vivo eseguiranno la classicissima Mockingbird, vero marchio di fabbrica del gruppo, la sognante Galadriel sostenuta dal solo mellotron, laddove nella versione originale compariva anche un’orchestra diretta da Robert John Godfrey e She Said, altro must del loro repertorio in chiave prog-sinfonico. Ben rappresentato è anche il terzo album, “Barclay James Harvest And Other Short Stories“, pubblicato a ottobre di quel magnifico 1971.
Medicine Man è un altro gran pezzo che dal vivo fagocita la versione originale, arrivando a dilatare gli scarsi quattro minuti del vinile in una cavalcata epica di oltre dieci minuti di durata. Ancora meglio fa After The Day tra accelerazioni rock e momenti più riflessivi. Da “Baby James Harvest“, il quarto e ultimo lavoro per la Harvest punbblicato nel 1972, viene recuperata soltanto Summer Soldier cui spetta, comunque, il privilegio di aprire “Live“. Per quanto considerato l’album più debole del lotto, “Baby James Harvest” mostra un gruppo ancora in grado di esprimersi ad alti livelli, già avviato ad aggiornare il proprio sound pur senza rinnegarlo. Ovviamente, con il cambio di etichetta avvenuto con la pubblicazione di “Everyone Is Everybody Else” è proprio il lavoro di quel 1974 ad avere maggiore spazio per non deludere le aspettative dei fan accorsi alle esibizioni dal vivo. Non solo per motivi promozionali, però, nonostante l’interesse della Polydor affinché ciò avvenisse. I BJH decidono di riproporre ben cinque dei nove brani contenuti nel trentatré giri, tralasciando avvedutamente l’hit Child Of The Universe.
Indubbiamente, includendo anche quest’ultima traccia, avrebbero corso il rischio di limitare le vendite dell’album da cui erano tratti, ritrovandosi nella versione live tutte le composizioni più significative. In realtà i graffianti riff chitarristici di Lees in Crazy City, la romantica The Great 1974 Mining Disaster dalle delicate armonie corali, l’intensa ballad Negative Earth, le struggenti e splendide Paper Wings e For No One, offrono spunti diversi rispetto alle registrazioni in studio e permettono ai BJH di riappropriarsi di quanto scritto, così da consentirne una trasposizione sul palco ricca di sentimento e di pathos. Il pubblico europeo apprezzerà, così come quello inglese che per la prima volta decreterà l’ingresso di un disco della band nelle chart, arrivando alla quarantesima posizione. In Italia, strano a dirsi, paese che aveva accolto da subito Genesis e Van Der Graaf Generator promuovendoli a propri beniamini, i Barclay James Harvest resteranno in buona misura poco conosciuti se non addirittura trascurati. Se si esclude la stampa italiana del loro primo album, si dovranno attendere le raccolte della Harvest che compariranno nelle serie economiche sul finire degli anni Settanta per accendere nuovamente i riflettori sulla band.

A1 Summer Soldier 10:15. A2 Medicine Man 10:10
B1 Crazy City 4:54. B2 After The Day 7:22. B3 The Great 1974 Mining Desaster 6:27.
C1 Galadriel 3:09. C2 Negative Earth 6:20. C3 She Said 8:42.
D1 Paper Wings 4:15. D2 For No One 5:47. D3 Mockingbird 9:35.
John Lees: Lead Guitar, Other [Recorder], Vocals.
Stuart ‘Wooly’ Wolstenholme: Mellotron, Electric Piano, Synthesizer [Moog], Vocals.
Les Holroyd: Bass Guitar, Guitar [Rhythm], Vocals. Mel Pritchard: Drums.
Brian Humphries: Engineer. Rodger Bain: Producer.
Written By: John Lees (tracks: 1, 2, 4 to 6, 10, 11),
Les Holroyd (tracks: 3, 7 to 9), Mel Pritchard (tracks: 7, 9).

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