Band of Horses: “Why Are You OK” – di Claudio Trezzani

I Band of Horses, o magari chi ne curava gli interessi, avevano tentato, quattro anni fa, di svoltare verso un pop radiofonico e da classifica. Magari l’intento di bissare i successi dei precedenti lavori era riuscito ma di sicuro era stata tralasciata la qualità della parte musicale, davvero poco incisiva. Col nuovo lavoro la Band passa alla American di Rick Rubin, vero Re Mida della musica mondiale, e con la produzione di Jason Lytle dei Grandaddy, cerca di tornare alle sonorità folk americana southern venate di pop che la aveva fatta balzare all’onore delle cronache musicali americane.
Ho scritto volutamente “cerca” perché il risultato è in parte riuscito, il sound è più maturo e completo e il disco non è affatto di scarsa qualità, ma non lascia mai veramente il segno. Nessuna canzone delle ben 12 del disco, è brutta o di qualità bassa anzi, ma nessuna è un capolavoro che lascerà il segno davvero.
Forse il fatto che Ben Bridwell (così ha dichiarato) ha scritto questo lavoro “in notturna” mentre di giorno faceva il padre, ha influito sul sound molto maturo e meno “cittadino” e la song di apertura, Dull Times/The Moon, ne è la perfetta conferma; una canzone che rimanda alle praterie del mid-west americano, una specie di colonna sonora mentre si osserva la distesa di erba e stelle. Il lavoro prosegue senza sussulti con canzoni molto orecchiabili, prodotte alla grande, con intermezzi orchestrali e spruzzate di folk-country, di assoluta qualità ma, come detto, niente di indimenticabile o che farà gridare al miracolo.
Il singolo Casual Party è una canzone davvero ben costruita ma forse diluita troppo e il sound lascia un retrogusto “da classifica” che a dispetto delle intenzioni, la fa sembrare un po’ “finta”.
Non parlo di qualità ovviamente ma di sentimenti e passione che qua e là sembrano mancare alle composizioni di “Why Are You OK”; sarebbe interessante sentirle in versione acustica senza synth, senza overlay, senza una produzione tecnicamente perfetta.
Forse questo lavoro diventerebbe, come per magia, un grande disco, un po’ più vero e meno “confezionato”. Ricordo altri due brani che secondo me alzano il “volume qualitativo” di tutto il lavoro: Throw My Mess, bellissimo pezzo in odore di folk da polverose strade del mid-west e la delicata ballad finale Even Still, piano voce e synth, un pezzo sognante e degno della bravura della band.
In conclusione i Band Of Horses ci regalano un lavoro davvero ben prodotto, scritto e suonato…
forse, però, ritrovare la passione perduta non è un esercizio così facile per degli artisti ormai finiti nel tritacarne del successo “obbligato”. 

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