“Baby it’s you”: storie da un bar di periferia – di Max Di Stefano

Sono cresciuto in un baretto di periferia, quella a nord di Roma, con le sue palazzine e le casette eternamente da rifinire, tirate su nottetempo a forza di vino e bestemmie a ridosso della valle dell’Insugherata. Erano le case degli immigrati: abruzzesi, sardi, siciliani e Dio sa chi altro, sempre piene di ragazzini vocianti e corpulente madri di famiglia, tutta gente che rialzava la testa dopo la magra degli anni del dopoguerra, gente a cui leggevi in faccia la vita. Dopo il lavoro si ritrovavano nelle osterie e nei bar a farsi un bicchiere e a parlare in dialetto di paghe, politica e donne, o a insultarsi in un tressette prima di cena. Molti si appropriavano di un pezzetto di terra dopo le ultime abitazioni per ritrovare i gesti antichi di piantare, zappare e raccogliere, quasi non riuscissero a recidere il cordone ombelicale che li legava alla terra, alla quale non smettevano di appartenere. Sono cresciuto in uno di quei bar, dicevo, e lì sono diventato uomo tra stravecchi, calci al pallone e rock and roll.
Servivo i clienti sempre con la chitarra a tiro, ammucchiando disordinatamente i bicchieri da lavare e le casse di birra da sistemare, imprecando ogni qual volta qualcuno interrompeva le mie sgangherate imitazioni dei Beatles e dei riff di Chuck Berry. Non ne cavavo fuori quasi nulla maldestro come ero, ma nell’Italia meno isterica di allora il mio fottermene del dovere e degli affari per strimpellare ostinatamente la mia “Clarissa” riscuoteva un certo successo, rendendomi assai popolare tra casalinghe che passavano per un litro di latte e le audaci ragazzette di periferia. Era Baby it’s you, il vecchio numero delle Shirelles infilato da Lennon in “Please Please Me” 
(1963), il mio claudicante cavallo di battaglia e quando passavo su quel “it doesn’t matter what they say…” ero certo di fare colpo. Era la Cicala che fotte la Formica, Esopo ne sarebbe stato disgustato. Ebbi la mia esperienza nella Ford Capri di mio padre, giù allo stradone, dove la sera non si avventurava nessuno. Lei inventò un compleanno per giustificare l’uscita, io ringraziai Burt Bacharach per quelle sue strofe assassine, senza dimenticare le Peroni che avevano fiaccato la resistenza della lampo dei suoi jeans strettissimi
Prendevo servizio al bar alle sette, ed i primi clienti erano immancabilmente i tombaroli, reduci dalle razzie notturne nelle campagne a caccia di reperti etruschi. Li guardavo contrattare sommessamente seduti davanti ad un bicchiere, con le mani enormi per gli anni passati a spingere gli spilloni nella dura terra, in attesa di trovare sotto di sé il vuoto che voleva dire “tomba“. Non li ho mai giudicati male per quegli espropri d’arte, non avevo alcuna coscienza del Bene Comune e li guardavo perciò con simpatia, chiamandoli con i soprannomi che si erano dati: l’Ebreo, Barabba, il Braciola. Mi è rimasto impresso sulla pelle quel fastidio per le regole e le leggi. Non ne ho rispettata alcuna ma non me ne vanto, se non quando esagero con i drink e mi lascio cullare dai ricordi. Sono cresciuto in un bar di periferia io, lì dove la strada termina in un burrone con la fogna a cielo aperto. Sono nato a Monte Mario e lì resta il cuore tra volti ormai andati e quella vecchia canzone che dice “don’t want nobody, nobody, ‘cause Baby it’s you“.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: