Babe Ruth: “First Base” (1972) – di Maurizio Garatti

Babe Ruth è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi giocatori di baseball: attivo negli anni trenta e icona imprescindibile di questo sport negli Stati Uniti è da sempre nel cuore degli americani, e una band che sceglie questo nome deve sicuramente essere figlia della cultura americana. La logica conseguenza di tutto ciò sta nel fatto che il loro album di debutto, “First Base“, è puro American Sound. Prodotto da Alan Shacklock e Nick Mobbs, e “progettato” da Tony Clark agli Abbey Road Studios della EMI tra giugno e settembre 1972, è stato pubblicato nel novembre di quell’anno, con il grande Roger Dean che si occupa della grafica, illustrando questa opera prima con un improbabile e spettacolare “Inning“, posizionando l’opera nel vuoto cosmico più assoluto e lisergico. I Babe Ruth sono un quintetto molto rock e molto classico, se non fosse per un piccolo particolare che, nel loro caso, fa una enorme differenza. La figura tipica del contesto rock nel quale si muove la band è quella che si basa sul contatto (a volte un vero e proprio duello) tra i due leader, ossia vocalist e chitarrista. Se prendiamo come esempio i Led Zeppelin, appare evidente la similitudine con il duo Page/Plant: tutto come da copione, solo che in questo caso la voce è femminile. Janita Haan è la vera sorpresa del disco, perché quel corpo affusolato e sottile e quel viso gentile incorniciato da ciocche bionde e ondulate nascondono una voce splendidamente potente, usata con temperamento e grinta anche se con giovanile approssimazione (Jenny ha meno di vent’anni quando registra questo disco).
Una specie di Janis Joplin sinuosa e splendente fasciata da una tutina attillatissima e ombelico al vento che si piega all’indietro per interpretare in modo inequivocabilmente erotico il marasma sonoro di un gruppo hard rock in piena azione. Il chitarrista è Allan Shacklock, decisamente molto tecnico e figlio di approfonditi studi classici, abbandonati a favore del rock ma indubbiamente presenti nella qualità e competenza delle sue composizioni ed esecuzioni: un musicista esperto, compositore arrangiatore e produttore. “First Base” (EMI 1972) è universalmente riconosciuto come l’apice del loro percorso, soprattutto perché vi è contenuto il brano più noto della loro carriera, intitolato The Mexican: un inizio di chitarra classica spagnoleggiante, annichilito dalla progressiva presenza del trascinante groove di basso e batteria che prosegue invariato per tutta la durata del pezzo. Su questo inizio imprescindibile, chitarra e piano elettrico si armonizzano su di un tema vagamente messicano, che poi lascia spazio alla voce di Janita, alla sua esplosiva potenza e a un coro di stupefacente e violenta sonorità. La splendida parte strumentale centrale vede poi la chitarra, doppiata dal piano elettrico, intonare l’immortale tema Morriconiano della colonna sonora di “Per qualche dollaro in più” (1965), sviluppandolo a lungo prima di tornare al tema principale.
Ma non è tutto qui, l’iniziale Well’s Fargo, un dinamico rockblues dominato da un secco riff zeppeliniano con basso e chitarra che si intrecciano con l’urlo di Jenny Haan, traboccante di grinta e temperamento, al quale si aggiunge un assolo di chitarra fluido e fuori tono, e la splendida evidenza del sassofono che caratterizza tutto il brano. The Runaway è invece una struggente ballata, con una lunga coda orchestrale, con la giovanissima cantante che utilizza i suoi toni più moderati e raccolti cercando e trovando una netta similitudine con la grande Annie Haslam dei Renaissance. Una vera e propria sorpresa è invece la cover della strumentale King Kong di Frank Zappa: il celebre tema viene riarrangiato da Schaclock, che armonizza la Gibson con il piano elettrico Wurlitzer del compagno Dave Punshon, creando una versione devota di un classico intramontabile.
A far drizzare le antenne dei puristi del Prog, ci pensa poi la notevole cover della splendida Black Dog, non quella degli Zeppelin, bensì una delle tante ballate splendide e sconosciute del cantautore americano Jesse Winchester, nella quale Schaclock indugia con una lunga coda strumentale, decisamente ben riuscita e che continua a richiamare alla mente i Renaissance. La conclusiva The Joker è un brano che rientra nei canoni classici del rock, figlio un riff convenzionale ma degno di nota, e con il pregio di chiudere un album che ascoltato cinquanta anni dopo dimostra di avere ancora molte frecce da porre al proprio arco. Corsi e ricorsi di un genere che continua a brillare di luce propria in un mondo che si muove al triste ritmo dell’Hip Hop.

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