Atoms for peace: “Before your very eyes” (2013) – di Benedetta Servilii

C’era una piccola cascata aldilà del bosco. L’acqua scendeva copiosa in un piccolo bacino, calmo e trasparente, casa di pesci lenti e anfibi gracchianti, ristoro di animali selvatici che si fermavano spesso ad abbeverarsi. Rifugio anche di Lia che seguiva il sentiero camminando per ore per arrivare proprio in quel punto, dove tempo e spazio smettevano di esistere. Portava con sé un cavalletto, una tela e tutti i colori che le piaceva mischiare per rendere giustizia a tutte quelle sfumature cromatiche che le riempivano anima e occhi non appena scostava l’ultimo ramo di quel percorso impervio. L’angolo dal quale riusciva a catturare quel microcosmo nella sua pienezza era sempre pronto ad accoglierla, come se qualcuno, durante la notte, le sistemasse la prospettiva per far sì che potesse raccontare nel modo migliore, con i suoi pennelli, quello spettacolo. Lia non aveva bisogno di altro, se non di quella pace che solo gli odori e i suoni della natura possono dare. Una mattina aveva sentito rami spezzarsi sotto passi lenti ma decisi e laggiù, dalla parte opposta, dove l’acqua diventava fonte rigenerante, aveva visto avvicinarsi un cavallo, selvaggio e maestoso.
Si era sentita immediatamente un’intrusa, una sensazione che non aveva mai provato fino a quel momento. Aveva poggiato a terra il pennello e aveva quasi smesso di respirare nel timore di spaventarlo o, semplicemente, disturbarlo. Il cavallo si era girato verso di lei, era rimasto a guardarla per qualche secondo, anche se per Lia era stato un tempo infinitamente lungo, poi era tornato a bere. Il sole rifletteva sul mantello marrone scuro e lasciava intravedere una lunga cicatrice sul ventre, dettaglio che aveva attirato l’attenzione di Lia che aveva iniziato subito a fantasticare su cosa avesse provocato quella ferita. Si rimproverò immediatamente con il pensiero, per quella sua maledetta inclinazione a concentrarsi troppo su ciò che sanguina e non su quanto la natura facilmente rimargini. Mentre addomesticava i suoi pensieri, il cavallo aveva ripreso la sua strada nel bosco.
Lia era frastornata da quella sensazione, soprattutto perché era bastata la semplice presenza di un cavallo a provocarla. Eppure, nonostante quel caos, sentiva di non essere un’intrusa in quell’oasi di pace. Mentre cercava di prender sonno, quella notte, aveva compreso che la sensazione di estraneità sarebbe completamente sparita se fosse riuscita ad avvicinare quel cavallo e a comunicargli che anche lei aveva bisogno di tutto quanto li circondava. Non era impossibile farlo. Il mattino seguente, con la complicità di un cielo sereno e un sole non troppo caldo, Lia si era armata di coraggio e speranza e si era inoltrata nel bosco. Non aveva mai ascoltato quella musica, di certo non in momenti in cui cercava tranquillità, eppure quella mattina Before your very eyes degli Atoms for Peace sembrava perfetta per accompagnarla. “Del resto, sto andando a parlare con un cavallo”, si ripeteva prendendosi in giro. La voce di Thom Yorke la rassicurava con l’effetto di una carezza, il ritmo elettrico sembrava parlare al suo istinto e incoraggiarlo. “Look out of the window/What’s passing you by/If you really want this/Bad enough/You’re young and good looking/The keys to the kingdom/ Sooner or later/And before your very eyes.
Il suo angolo l’aspettava e, come in quel film in cui il protagonista rivive lo stesso giorno per poter cambiare il finale, il cavallo si stava avvicinando all’acqua proprio mentre lei cercava la tonalità giusta tra verde e azzurro per riprodurne le sfumature e i raggi del sole che vi si riflettevano. Una delle sensazioni più vitali che conosco è quando l’istinto prende il posto della paura, perché è in quel preciso istante che ogni cosa diventa possibile, semplicemente perché crediamo che possa esserlo. Lia aveva lasciato il suo angolo sicuro e camminava lentamente sulla sponda di quel piccolo lago, attenta a non fare movimenti bruschi che potessero rompere l’armonia di quel momento. Aveva deciso di togliersi le scarpe e il piacere del contatto con la terra le aveva già confermato che no! non era un’ospite e che sì! avrebbe trovato il modo per comunicare con quel cavallo. Si era seduta a pochi passi da lui che sembrava non essere affatto infastidito dalla sua vicinanza, anzi l’aveva guardata senza mai distogliere lo sguardo.
A Lia avevano insegnato sin da bambina che gli animali non si guardano negli occhi perché potrebbero percepirlo come un segnale di attacco, ma in quel momento sentiva il bisogno di farlo. Nulla era cambiato, se non che il cavallo era tornato serenamente a bere. Si era avvicinata ancora e aveva messo una mano in acqua, gesto che non aveva destato alcun fastidio nell’animale. Mancava un ultimo passo, alzarsi in piedi. Ma Lia aveva sentito di poter fare di più. Aveva appoggiato la sua mano sul ventre del cavallo, ne sentiva il respiro così come la certezza che nessuno dei due temeva l’altro. Aveva guardato ancora quella cicatrice e la seguiva accarezzandola con il dito. Le veniva da sorridere, non sapeva se più per qualcosa che non avrebbe mai creduto di fare o più perché sentiva rimarginate anche le sue di ferite. “Old soul on young shoulders/How you’ll look when you’re older/Time’s fickle card game/With you and I/You have to take your chances/The book of forgiveness/ Sooner or later/And before your very eyes. Era tutto molto lontano, sentiva il respiro del cavallo rallentare dopo una lunga bevuta e aveva improvvisamente capito che era semplicemente quel ritmo che avrebbe voluto ancora seguire.

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