“Appena Appena”: una pièce in divenire – di Girolamo Tarwater

Due donne, da sole, in un bar. Una trans e una barbona. Qualcosa le lega nei loro destini sfatti, ma ne sono ignare. Intanto non possono staccarsi l’una dall’altra, mentre alcune parole, a tentoni, cercano di aprirsi una strada per un abbraccio liberatorio.
Andavo a teatro / Una volta / Pene d’amor perdute / Che pena / Appena appena
Ci campavo. / Vivevo. / Vedevo. / Vivevo e vedevo. / Vedevo e vivevo. / Ci scrivevo.
E vivevo. / Appena appena, / ci vivevo. / Poi ancora. / Vedevo e scrivevo.
Telefonavo a casa. / Non sempre. / Scrivevo e scrivevo. / Avevo paura,
forse, / a volte, / non sempre. / Storie. / Storie di amore e di odio.
Storie di vita e di morte. / Storie di guerra. / Storie? / Che pena.
Le pene dell’inferno. / Dentro e fuori. / Che pena. / Appena appena.
Una sirena. / Una sirena? / Io? / Le bombe? / Appena appena.
Sì, appena appena. / Una parola / E tutto poteva finire. / Tutto finiva.
Ma non tutto. / Una sirena. / Che pena. / E vivevo / Forse, appena appena,
vivevo e sopravvivevo. / Vivevo e morivo a veder morire.
Morivo e vivevo. / Che pena. / Appena appena
.

(suona il telefono fisso del bar) T. (guarda stupita, come se fosse sbucato fuori uno gnomo dal muro).
E che succede ora (risponde) Pronto? Si?MmmmScusi?Ah, ho capito, no aspetti, ha sbagliato numero, cioèvoglio dire – (si agita con la mano libera, indicando impazienza e insofferenza) forse no, però da quando hanno cambiato i cavi e fatto dei lavori qua vicino, proprio dietro l’angolo (indica con la mano alla sua destra), non si capisce più niente. No, la signora come ha detto? Bencivenga? (le scappa una risatina) non so proprio dove possa stare. Anzi, sa che le dico, quasi quasi faccio richiesta ai gestori telefonici di assumermi come segreteria telefonicaNo, no, non segretaria. Proprio segreteria (ahaha risata sguaiata). Mi scusi ma sono al lavoro, devo chiudere perché ho appena aperto. Anzi, se si trova a passare dal Bar Lady Oscar vicino alla Ferrovia le offro un caffè. (occhiolino a B. di sottecchi: Cosi mi faccio un po’ di pubblicità) Arisentirla signooooooor come ha detto che si chiama? Ah non me l’aveva detto? No, ma si figuri, mica ci sto provando, suvvia … (sempre con occhiolino a B.) Non è che ci sta provando lei con me signor misterioso?Si, si, finiamola qui. (velocissima mentre l’altro sta chiudendo la telefonata) Si ricordi il caffè (guarda la cornetta alzandola come cercando di vedere qualcuno nascosto dentro e poi con una smorfia “ecchisenefrega” posa la cornetta) Che seccature queste telefonate. Però fanno compagnia. Pensa che l’altro giorno ha chiamato uno di queidi queicome si chiamano? Quelli cheeeee insomma Oh ma che brutto quando hai una parola sulla punta della lingua e non ti viene (guardando B. seriosa) e stavolta non faccio nemmeno la battuta, quelli vestiti di nero ai funerali“.
B. “Schiattamorti, si chiamano schiattamorti“.

Eri tu. / Eri tu? / Ero io? / Ero io / Eravamo noi? Un altro mondo, un altro tempo.
Ci siamo sfiorate. / Eravamo diverse, / ma eravamo pur sempre noi.
Il passato torna sempre / anche se cambiamo.

Da piccola a casa avevamo un vaso con delle penne di pavone. Sono come un tappeto, dietro non sono gran che, non ci capisci niente, ma se le giri dal verso giusto, se non sono più nascoste, c’è un disegno pieno di colori e questi colori cambiano sempre, non stanno mai fermi, non sono mai uguali. Eravamo insieme. Stavamo per scoppiare e non lo sapevamo. Quell’attacco ci ha rivoltato e siamo volate via“. (accarezza il viso dell’altra).
Una tempesta ci ha dato la libertà, / una libertà che nemmeno cercavamo
e a cui abbiamo sacrificato tutto. / Capita. / È capitato.
Ce n’è voluto per assorbire il colpo. / A dire il vero non c’era nulla da assorbire.
C’era da svuotare, da evacuare. / Siamo state svuotate. / Fino in fondo.
Dal fondo. / Siamo state fortunate. (Si accarezzano il volto).

Siamo state scartate. / Ci siamo messe ai margini / ma ci siamo trovate.
Sembra una miseria, un fallimento / e invece siamo vive.
La nostro vita. Poca cosa. / Una piuma. (bacio sulla fronte)

Lasciarci portare dal vento, / finalmente leggere / libere. / Insieme facciamo un cuore.
Ci tocca essere il cuore del mondo. / Un muscolo involontario che fa scorrere la vita.
Batte. / Bum Bum. / Non siamo noi, ci passa dentro. / Non aver paura.
Non occorre sapere tante cose. / Una maschera per coprire il cuore,
per proteggerlo, / ma lui è forte di suo. / Non è stata la bomba a scoppiare,
ma il nostro cuore. / Noi due. / E ora rieccoci qua.
Cuore di un mondo ancora a pezzi sempre a pezzi. / Tutto va a puttane (sorriso)
Ma è vita anche questa. / Io non ho fatto più sesso da allora.
C’è così poca differenza tra essere vivi ed essere morti.
Un attimo. / E tutto cambia. / Appena un attimo. / Appena… / Appena.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Illustrazioni Luca Dalisi©tutti i diritti riservati

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