Annie Hardy: “Rules” (2017) – di Bartolo Federico

“Rules” di Annie Hardy è un disco che sanguina, un viaggio nel buio, crudo e senza preamboli nel mettere in mostra il dolore; difficile per la sua asprezza se non si ha voglia di fermarsi ad ascoltare. Canzoni nate dalla rabbia, che l’ha tenuta a galla dopo la morte improvvisa nel marzo del 2015 del figlio Silvio di diciassette giorni e, dieci mesi dopo, per overdose, di Robert Paulson padre e partner nei Giant Drag’s. Le persone muoiono senza uno schema prestabilito e nessuno può controllare nulla. Rimasta da sola a penzolare nel vuoto, ha cercato di ricostruire con gli occhi tutto quello che gli era accaduto. E così ha cominciato a scrivere canzoni, che è un modo per liberarsi dall’angoscia. Non è una novità: è una cosa che hanno fatto in tanti quella di riversare la sofferenza nella propria arte, che resta in ogni caso un modo per salvare la propria esistenza. Con quel freddo che ti fa tremare fin dentro le ossa, il viaggio di Annie Hardy inizia su quel treno nero che è passato nella notte a prenderla, mentre guaiva e bestemmiava… è senza alcuna riserva ti fa subito avanzare dentro la sua vita. La accompagnano nel viaggio il batterista ex Germs Don Bolles, il chitarrista Stephen McBean del gruppo canadese dei Black Mountain e Pink Mountaintops. Da questa scena in poi (fino alla fine del disco) si comincia a oscillare dentro il suo infernale silenzio, scortati da suoni obliqui, secchi e scheletrici, alle volte molto vicini al folk rock dei Velvet Underground, come in Jesus Loves Me. Dopo la splendida Jade Helm, dove il contrappunto di un pianoforte ci rimanda all’anima musicale di Nick Cave e Polly Jean Harvey, si arriva all’acustica Want in cui Annie canta con voce isterica e ruvida che rivuole indietro il suo bambino, e ti distrugge mentre tende la mano in cerca di quel cuoricino. Si era svegliata un mucchio di volte nel buio della notte con quell’angoscia che gli otturava l’anima, mentre la neve cadeva lentamente nella stanza. Aveva camminato con occhi rossi e pieni di lacrime, sforzandosi di rimanere in vita. Poi, ad un tratto, dopo un sibilo spaventoso, la neve che l’aveva ricoperta e fatta tremare nel vento gelido, cominciò a sciogliersi e Annie iniziò a uscire da quel buco in cui si trovava e, un poco per volta, continuando a battere le ali freneticamente tra cenere e fumo, quella voglia dissennata di risalita s’impadronì di lei. Se siete pronti a sentire ciò che ha da raccontarvi allora ascoltatela urlare il suo disorientamento di fronte alla morte in Impossible Love, e nella seguente e livida Shadow Mode, dove irremovibile continua a chiamare il suo bambino, sapendo bene che nessuno gli risponderà. Questo disco è la cornice di un tormento e, anche se alle volte la musica diventa lugubre tra chitarre e percussioni che sembrano agitare ombre scure in un fondo di mare asciutto, è tangibile la voglia di aggrapparsi alla vita di Annie Hardy. Così, nell’acustica e capolavoro del disco Mockingbird, avviene la redenzione; e qui che Annie apre il palmo della mano per lasciare libero di volare via Silvio, mentre gli mormora dolcemente che lo amerà per sempre. Goodbye My Love non a caso arriva subito dopo, con il pianoforte che scortica scarni accordi, e il suo cuore che spella le parole per salutare per sempre la sua stessa carne. Il cielo che scruta adesso è diverso, sembra pulsare di una nuova energia, e altre pagine vuote vede aprirsi nella sua testa.
Si resta attoniti per tanto amore sviscerato senza barriere, senza protezioni, e ci si sente con le ossa rotte, anche se il viaggio non è ancora finito. C’è un’ultima cosa, un’ultima traccia, da lasciare in quel vuoto. Una piccola preghiera per vivere. Silvio indossava una tutina da Batman il giorno che è morto… allora eccola che gioca con questo ricordo straziante chiamandolo Robin. Questa è la fine del sogno prima del risveglio, del ritrovarsi a camminare a piedi nudi, in un alba qualunque. Annie Hardy con coraggio si è esposta nuovamente a questo mondo, e queste canzoni l’hanno salvata da quella paura che abbiamo tutti quanti e che non c’è modo di placare, se non continuando ad amare nell’approssimarsi della notte, nel silenzio di noi stessi. Nel disco ci sono tutti i segni, i rilievi a sangue del suo cuore, per quel qualcuno che la sta già aspettando. “Rules” è un disco che picchia pugni sulle vetrate della prigione di Annie Hardy, sono i lampi di una donna che si contorce sotto la pioggia, che non capirà mai il senso della morte di un figlio. La città dormiva, e lei si fermò a guardare il cielo e quelle stelle invisibili. Nonostante tutto pensò, c’è ancora un po’ d’amore su questa terra. Il disco più importante uscito in questo scorcio di anno, e non solo.

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4 pensieri riguardo “Annie Hardy: “Rules” (2017) – di Bartolo Federico

  • Aprile 22, 2017 in 12:51 pm
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    Solo chi ha fatto esperienza della sofferenza può riconoscerla negli altri. La conosci bene da come hai descritto l’opera. Bravo. Quello che pubblichi e’ esaminato sempre con molto sentimento. Io mi accodo alla lunga fila di coloro che colgono negli altri un dolore profondo. Il mio lo sublimo o esorcizzo scrivendo, cucinando, disegnando …. Facendo un sacco di cazzate insomma. Beh serve, tutto qui. Come è servito alla madre dell’angioletto, un piccolo Batman, che è volato via con le ali di un supereroe

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