Andrea Chimenti: “L’Organista di Mainz” (2020) – di Francesco Picca

La bolla sociologica del recente lockdown ha parlato diffusamente di un ritorno, sebbene obbligato, alla convivialità familiare e alla conseguente riscoperta di una serie di attività accantonate da tempo o, in molti casi, mai sperimentate. Che si trattasse di produrre lieviti alieni, torte e focacce foto-ritoccate, azzardi artistico-figurativi o esibizioni canore del tutto evitabili, il riscontro finale parla di una riscoperta tutto sommato apprezzabile del self made e della voglia di testare le proprie attitudini creative. Il problema di occupare il tempo e di trasformarlo in argilla malleabile ha riguardato anche numerosi operatori dei vari ambiti artistici, risvegliando quegli spiriti spesso narcotizzati dal vortice routinario e blindato dei meccanismi commerciali. I limiti spaziali, l’impossibilità del contatto, la necessaria ricerca di nuovi ambiti espressivi e di nuovissimi canali comunicativi, hanno portato a numerose produzioni, talvolta davvero gradevoli per l’immediatezza dell’intento e per le modalità di lancio. E’ il caso del progetto “L’Organista di Mainz” (2020) di Andrea Chimenti, voce storica della new wave italiana che in passato si è già affacciato sul panorama letterario. L’artista, poliedrico ed elegante come suo solito, ha costruito attorno ad una raccolta di racconti un progetto artistico di più ampio respiro, arricchito da due tracce sonore e contaminato da idee e soluzioni tanto semplici quanto originali. Abbiamo dialogato con lui per conoscere i dettagli di questa produzione.
Il recente lock down ha bloccato numerosi ambiti economici e commerciali senza risparmiare l’universo musicale. Per fortuna alcuni artisti hanno continuato ad elaborare e a creare. Mi pare che tu sia andato anche oltre.
Il periodo Covid, nonostante la sua tragicità, ha creato un tempo sospeso e per me l’unico modo di viverlo è stato quello di portare a termine dei progetti iniziati, ma non conclusi. Ho osato provare a scrivere racconti, scoprendo una similitudine con le canzoni. Se ci pensi, un libro di racconti ricorda una raccolta di canzoni racchiuse in un disco. Ancor più assimilabile quando questi racconti vengono anche letti e musicati creando un audiolibro“.
Perché un cofanetto, o meglio, una scatoletta di metallo?
Ricordi quando da bambini ascoltavamo le fiabe sonore? Sarà capitato anche a te di ascoltarle almeno una volta. Per me era un vero e proprio rapimento e la fantasia creava le immagini per quei film fatti di soli suoni. Volevo ricreare quella sensazione con dei racconti per adulti, ma non bastava; avevo bisogno di qualcosa di simbolico che ricordasse quelle sensazioni da bambino. Così ho pensato di mettere i file dell’audio in una chiavetta usb e chiuderla in una scatoletta di metallo. Una piccola scatola segreta, come quei tesori fatti di chincaglierie che ci divertivamo a creare da bambini e che magari sotterravamo in giardino“.
Come si compone?
L’interno della scatoletta è rivestito di velluto per accogliere la chiavetta usb e alcuni oggetti diversi da scatola a scatola; ad esempio un dado, una biglia di vetro, una piuma di uccello, la riproduzione di un piccolo strumento musicale in ferro, un pezzo di domino, una spilla, una caramella (rigorosamente Golia del Re Sole o Rossana), cose di poco valore per un adulto, ma che potevano averne molto quando, da bambini, ci si stupiva con poco“.
La definisci una scatoletta del tempo”.
Spesso veniva chiamata proprio così, “Scatola del tempo”, perché veniva nascosta per essere riscoperta molti anni dopo. C’era sempre un po’ di emozione nel riaprirla, nel ritrovarla ancora lì ad aspettarci. Guardandola con occhi diversi ci sentivamo più grandi, provando inevitabilmente anche un pizzico di nostalgia“.
La componente sorpresa” ha un suo preciso significato.
Si, esatto, la sorpresa è qualcosa che con gli anni diventa sempre più difficile da provare perché la carichiamo di aspettative sempre maggiori perdendo la capacità di meravigliarci per le piccole cose, per il quotidiano“.
I cinque racconti seguono un filo conduttore?
No, non credo ci sia un filo conduttore. Sono cinque racconti ognuno con il suo mondo, ma spesso i fili vengono tessuti inconsapevolmente dall’autore e spetta al lettore il compito di scovarli. Per quanto mi riguarda ho proceduto con grande libertà, scrivendo storie che rimbalzavano nella mia mente“.
L’organista di Mainz” è un titolo accattivante, che desta grande curiosità. Da cosa sei stato ispirato?
Avevo in mente una storia che volevo scrivere da tempo: quella di un “soffiatore”, ovvero l’uomo che stava ai mantici. I mantici erano quel meccanismo che, prima dell’avvento dell’elettricità, permettevano all’organo di suonare. Chi li azionava faceva un lavoro meccanico, di braccia, spingendo l’aria nelle canne dell’organo. Una mansione umile, dietro le quinte. Ho scelto un’epoca e un luogo ben precisi nei quali svolgere la vicenda: la Germania, patria di grandi compositori d’organo, e l’anno 1792. La città, più precisamente, è quella di Mainz, teatro di un singolare accadimento storico che fa da sfondo alla vicenda“.
Due racconti sono riportati anche in formato audio. Cosa ha condizionato la scelta di questi due rispetto agli altri?
Mi sembravano i più adatti ad essere letti e musicati. Sicuramente L’Organista di Mainz è stato una scelta obbligata in quanto dà il titolo al libro; poi ho scelto Il Tè del Farmacista, un racconto che si svolge nell’Inghilterra degli anni 70 e in cui narro di un farmacista alle prese con il suo macabro rito quotidiano“.
Come hai musicato i brani che accompagnano questi due racconti? Con chi hai collaborato?
Questo lavoro è stato condotto in perfetta solitudine: ho composto, suonato e registrato. La musica non è la protagonista ma ha lo scopo di fare da commento alle letture, a parte i brani che concludono i due racconti che sono vere e proprie canzoni. Il testo in inglese del brano A Stain In The Moonlight è stato scritto da mio figlio, Francesco Chimenti“.
Dietro la produzione non ci sono né una casa discografica, né una casa editrice.
Si, per me questo è un vero e proprio esperimento. Ho voluto provare a saltare ogni intermediario e vendere direttamente al mio pubblico. Sicuramente questa modalità include una serie di rischi: ho dovuto investire nella produzione di stampa e nella costruzione delle scatolette, ma è una cosa che volevo sperimentare già da tempo. Ovviamente il progetto è stato possibile nella formula della tiratura limitata“.
L’immobilità indotta dal lock down ha stimolato, oltre che la creatività, anche la tua manualità, la spinta a costruire”.
Si, questa esperienza mi ha dato grandi soddisfazioni. Solitamente il lavoro di musicista è molto di testa e il suonare o il cantare è un qualcosa che ha poco a che fare con la manualità anche se, nel mio caso, le dita sono posate su una tastiera. Riuscire a fare un lavoro che racchiude sia la parte concettuale che quella manuale mi ha dato un senso di pienezza, una soddisfazione che mi mancava da anni. Se questo esperimento dovesse andare bene, credo che lo ripeterò; “Le Scatolette” potrebbero diventare un piccolo format dove rinchiudere idee, parole, musica e sensazioni“.

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