Aléxandros Panagoúlis e Mikīs Theodōrakīs: “I proti nekri” – di Cinzia Santoro

Abbiamo bisogno di eroi e, nella più assoluta mancanza, volgiamo lo sguardo al passato. Il vuoto valoriale, la disaffezione civile e civica, l’ignoranza diffusa rispetto alla conoscenza storica costringono più di una generazione al ricordo nostalgico di donne e uomini che hanno immolato la propria vita per costruire quella scatola democratica nella quale oggi ci sentiamo paradossalmente costretti. Aléxandros Panagoúlis, eroe della Grecia moderna, rivoluzionario, paladino della libertà e della democrazia, poeta e uomo cosi come lo definì Oriana Fallaci nel suo libro Un uomo (Rizzoli, 1979), superò l’orrore delle torture quotidiane con una grande forza interiore fatta di determinata autodisciplina e scrivendo persino con il proprio sangue in mancanza d’altro. Soltanto con l’aiuto della poesia e dell’amore per la matematica, sua disciplina di studio, vinse il dolore e la paura della morte durante gli anni di prigionia trascorsi nel carcere di Boiati. Alekos fu tenace, passionario, ironico e indomabile durante gli interminabili giorni trascorsi in quella che lui chiamava la tomba, ovvero il piccolissimo cubicolo-cella appositamente costruito per punirlo, oltre ogni umana sopportazione, per l’attentato contro il dittatore Geōrgios Papadopoulos. Nella Grecia dei colonnelli lui, liberale progressista e venizelista, non scese mai a compromessi e fu un combattente irriducibile.
Nell’agosto del 1968 organizzò un attentato contro Papadopoulos; l’agguato fallì e Panagoúlis non se lo perdonò mai. Condannato a morte visse gli anni della prigionia appeso all’attesa dell’esecuzione. È proprio in quei pochi metri bui, a Boiati, dove le atroci torture inflitte minarono il suo corpo minuto che Alekos resistette scrivendo e pianse lacrime amare di disperazione solo quella notte che a mente riuscì a risolvere il teorema di Fermat senza poterlo fissare su carta. Fu proprio quell’episodio che lo spinse ad usare il proprio sangue per il futuro. Scrisse con ogni mezzo, sulle pareti della cella, su pezzi della coperta lacera, incurante per l’inchiostro e la carta che gli venivano negati affinché il suo spirito indomito e ribelle potesse cedere. Durante uno sciopero della fame, uno dei tanti per protestare contro i suoi aguzzini ai quali mai si piegò, egli scrisse: La nostra fame / facemmo mangiare / E così viviamo / Dentro la nostra sete / cercammo la rugiada / Non lo crediate strano / l’abbiamo trovata!”. Alekos, forte del suo credo, visse e sopravvisse componendo versi di grande bellezza. “Ho guadagnato una vita / un biglietto per la morte / e viaggio ancora / In certi momenti / ho creduto d’essere giunto / alla fine del viaggio / Mi sbagliavo / Erano solo imprevisti / del cammino”. (Sorprese).
“Sembra una poesia” dice Oriana Fallaci nel romanzo. Lui le risponde: “Lo è. Una veccia poesia scritta a Boiati due anni fa, quando scadde il termine per fucilarmi. Tre anni durava quel termine”.
“Ma è una poesia triste” ribatte Oriana guardandolo completamente presa da lui. “Ogni proroga è triste quando sai che è una proroga”. Il destino, infatti, regalò a Panagoúlis un imprevisto: la scarcerazione per amnistia nell’agosto del 1974. L’uomo e la donna si incontrarono e Oriana riconobbe immediatamente il volto di Alekos paragonandolo, anni dopo, a quello di un Cristo crocefisso dieci volte.
Aléxandros era un Uomo di soli trentaquattro anni, sofferente nel corpo per le torture subite, arrabbiato e fragile nell’animo per le ferite più profonde, quelle che nessuno poteva vedere… era l’Eroe divenuto tale per l’eredità che lasciò. “Non te l’ho mai detto quanto è libero un uomo in prigione? L’ozio gli permette di riflettere finché vuole, l’isolamento gli permette di piangere o ruttare o grattarsi finché gli pare; nel mondo aperto invece può riflettere soltanto nelle pause che gli consentono gli altri. E piangere è una debolezza, ruttare una sconcezza, grattarsi una sconvenienza” (da “Un Uomo“).
Oggi, a più di quarant’anni dalla morte avvenuta ad Atene in circostanze mai chiarite che portò Pier Paolo Pasolini ad indagare e, qualcuno sostiene, a pagarne le conseguenze, Aléxandros Panagoúlis è ancora un simbolo di resistenza e il dramma della sua scomparsa, una perdita incolmabile per il popolo greco e per tutti quelli che nel mondo hanno potuto conoscere la sua storia e il suo pensiero. 
Dal breve sodalizio artistico di Aléxandros Panagoúlis con il celebre musicista e compositore Mikīs Theodōrakīs, anch’egli imprigionato e torturato dal regime, è nato il canto popolare “I proti nekri” (I primi morti), un inno ancora oggi intonato nelle manifestazioni di protesta politica.

Inizia la battaglia / nuove lotte,  guidano la speranza / i primi morti.
Non più altre lacrime / chiuse le tombe, concime della libertà / sono i morti.
Un fiore di fuoco / spunta sulle tombe, / mandano un messaggio / i primi morti.
Avranno risposta / unità e lotta, / perché trovino riposo / i primi morti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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