Alda Merini: “Clochard” – di Simone Caputi

Camminava claudicante in una stazione di Milano, piedi nudi e sporchi, un cappotto sdrucito, la barba incolta e la faccia scavata. Non aveva vita di fronte a sé che non fossero quegli stessi passi, eppure i suoi occhi raccontavano di un dolore immenso che tutti i passanti schivavano per paura, ribrezzo o incuria. Non c’era fiamma ad ardere i suoi gesti, solo il freddo di quel primo ottobre. Non c’era pioggia quella mattina, ma lui si portava dietro una tempesta che dirompeva nella sfrenata e distratta corsa ai treni di tutte quelle persone. Lui invisibilmente c’era: una presenza che non valeva per se stesso e per nessuno. Un barbone da troppo tempo ormai. Non si ricordava neanche di essere una creatura umana, era una specie a parte. Era un pezzo di un puzzle che nessuno voleva completare, che nessuno aveva voglia di vedere, di cui nessuno voleva conoscere l’esistenza. Era vita senza esserla davvero. Nascondeva una verità che le persone non volevano o non avevano tempo di accettare: a volte, nella vita, le cose non andavano bene e finivano per sfuggire di mano.
Ci si ritrovava senza accorgersene in una strada, seduti per terra con i vestiti laceri e un berretto con dentro qualche spicciolo che non bastava neanche per un pezzo di pane o un misero caffè. L’unica cosa che gli rimaneva era la capacità di produrre energia cinetica per muoversi come un automa, di fendere il freddo per arrivare a Parco Sempione: deposito dei suoi giorni, cimitero dei suoi sogni. Viveva su quelle panchine come i crisantemi recisi e lasciati ai cari sulle tombe e come loro appassiva lentamente, giorno dopo giorno all’interno della vivace città che regalava agli altri possibilità che non aveva, che non immaginava neanche di volere. Quando gli capitava di specchiarsi nelle vetrine dei negozi o nei finestrini delle auto lui non si vedeva, non si riconosceva, non ne era capace. Eppure sapeva leggere il dolore sulle pagine dei volti delle persone, sapeva distinguere quello presente da quello passato, quello che sarebbe durato e quello passeggero, come quella volta sul treno, quando l’attenzione fu catturata da una donna dai capelli puliti e il viso sporco.
Sporco di un dolore acceso, fresco, insistente. Gli occhi pieni di ragioni per esplodere, che fuggivano dallo schermo di un cellulare che si illuminava a intermittenza tra le mani tremanti. Non aveva scudi, non aveva barriere, a trattenerla solo quei capelli puliti che ogni tanto, nervosamente le coprivano il volto. E una volta finito un volume passava a quello accanto, fino ad ubriacarsi di persone. L’unico modo che aveva per vivere, forse, era quello di farlo attraverso gli altri, attraverso il dolore degli altri. Ogni tanto gli ronzava in testa una vecchia frase che gli avevano detto in un’altra vita: “Il dolore ci ricorda che siamo vivi” e il suo era quiescente o forse morto, sepolto sotto molti millimetri di neuroni, in una parte della mente a cui non avrebbe mai avuto accesso. Quel pomeriggio, mentre fissava un cielo terso d’autunno, fece capolino una piccola visione. Due occhi tondi lo guardavano incuriositi. Una manina tesa verso di lui stringeva in pugno una brioche appena morsicata. Lui accettò affamato la tenera offerta, ma mentre le loro dita così diverse vennero a contatto, una donna stanca dai capelli fulvi rimproverò la bimba e la portò via, quasi strattonandola, facendo cadere sul prato il dono innocente di un’amicizia appena nata. Il senzatetto la recuperò con voracità, ne fece banchetto, ma solo di pochi morsi. Sarebbe stata la sua cena e il pranzo del giorno dopo. Le ore passarono, spiluccando briciole, mentre la temperatura scendeva dando un freddo benvenuto alla notte. I suoi respiri intanto si facevano sempre più flebili, fino a diventare inesistenti. Il suo colore somigliava sempre di più ai crisantemi bianchi abbandonati nei cimiteri. Come briciole sul terreno erano caduti i suoi respiri, aveva visto soltanto una volta la gentilezza e gli era bastata per (s)fiorire con serenità.

Benedetto barbone / che ti accampi sul mio corridoio / perché hai trovato il cancello aperto…
Non sei né colpevole / né buono / sei solo una rondine che migra / di porta in porta
e hai scelto una libertà / che nessuno ti riconosce. / Stendi una mano incolta
e incolti sono i tuoi capelli / e sdrucito il tuo paltò / e forse mandi / anche un orrevole odore
ma non più di certe bestie / chiamate uomini / che sono capaci di uccidere…
di uccidere… / di uccidere…

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