Al Stewart: “Year of the Cat” (1976) – di Alessandro Branconi

Quante volte nella vita vi siete ricordati di un episodio, un fatto, una canzone, alcune parole pronunciate o sentite? Al massimo saranno sei o sette le circostanze o i fatti che ricorderete della vostra vita, non di più. La memoria del nostro cervello funziona così, archivia tutto e poi non si sa per quale motivo a noi ignoto, ci ripropone i nostri ricordi, rammentandoci di quella ricchezza che molto spesso sperperiamo senza rendercene conto: il tempo. Raramente però ricordiamo tutto di quel momento, più spesso è come guardare una vecchia polaroid dai colori e i dettagli sfumati e confusi. Ieri pioveva, ha piovuto tutto il giorno e faceva anche piuttosto freddo. Un po’ rigidamente davanti ai fornelli della cucina ho caricato la moka e ho messo le mani accanto alla fiamma azzurra per scaldarle. Guardavo fuori la finestra del tinello un cielo grigio e la pioggia lenta e costante. Vedevo le montagne con le cime innevate sfumate come un acquerello giapponese. Il ricordo venne attraverso il profumo dell’aroma del caffè.
È
il 1977, ho 15 anni, sono nella cucina della nostra vecchia casa con mio fratello e le mie cinque sorelle, mia madre sta scaldando il latte che poco prima il lattaio ci aveva portato inondando le scale del condominio di un odore antico che sapeva di stalla e campagna. Era un uomo piccolo, dalla carnagione scura come quella di chi vive e lavora la terra. Veniva due o tre volte a settimana avvolto in una sciarpa di lana sopra la giacca logora, aveva uno zaino con delle cinghie in cuoio che tenevano in verticale un fusto di alluminio pieno di latte e tanti pentolini che sbattendo fra loro facevano un suono quasi cantilenante che, anticipato dall’odore del latte che saliva su dalle scale, mi ricordava i pastori e i greggi di pecore che passavano in campagna da mia nonna. Mia madre con i capelli ancora scomposti dal cuscino ha sul volto un velo di sonno e intanto spezza il pane di due tre giorni prima, mentre prepara la colazione per tutti. Il latte bolle schiumando sul bordo della pentola.
Ci dice di stare composti e dritti sulle sedie, a noi che sembriamo una piccola ciurma di pulcini, dal piccolo pollastro che sarei io a scendere e lei la chioccia. Mio padre è di là in bagno a farsi la barba (Si faceva la barba tutti i giorni, non ho mai capito come fosse possibile). 
Sotto i mobili pensili della cucina, accanto ad un tostapane, c’è una vecchia radio Grundig coperta da una custodia nera in similpelle, sintonizzata sempre sulla stazione radio della RAI che dava il segnale orario con l’uccellino. Mentre inzuppo il pane nel caffellatte mi entra nelle orecchie quest’introduzione di pianoforte che sa di malinconia e ricordi passati, poi batteria, voce e violini. Sono incantato e rimango così a bocca aperta, con un tozzo di pane in mano gocciolante. Mi sveglia solo uno strattone un po’ nervoso di mia madre che dice di sbrigarmi per lavarmi, vestirmi e andare a scuola.
Ma è il primo assolo di sassofono che mi folgora e mi accarezza con una strana sensazione di tristezza. La casa è piccola e noi siamo in otto, c’è la fila per l’unico bagno. Cedo il posto a mio fratello e poi alle mie sorelle per sentire fino alla fine quella canzone. Mio padre pettina me e mio fratello, ci vestiamo, usciamo. Fuori è freddo, piove lentamente in quella giornata di novembre e non ho voglia di andare a scuola. Non so il titolo di quella canzone, non so chi la canta. La pioggia mi bagna e intanto il portone della scuola è sempre più grande. Entro in aula e mi siedo sul banco.

Anni dopo seppi che quella canzone si intitolava Year of the Cat, la cantava Al Stewart e in quell’anno che l’ascoltai per la prima volta era al 22° posto nella classifica dei singoli più venduti in Italia. Circa quindici anni fa alla Fiera del Disco a Novegro (MI) trovai il vinile 12″ e lo comprai immediatamente.
Ieri mattina facevo colazione con quel disco che suonava sul mio piatto, fuori la pioggia, il freddo, il caffellatte. Ero solo a casa mia, una casa forse troppo grande per me. Una lacrima mi rigava il viso cadendo nella tazza. Il tempo per un’attimo si è fermato. Fuori oltre il giardino, le case della piccola frazione dove abito sono come piccoli fortini contro un nemico invisibile. Siamo una moltitudine di solitudini. Il ricordo ci dà la misura del tempo passato, il futuro dobbiamo ancora inventarlo, con una canzone magari.

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