Aksak Maboul: “Figures” (2020) – di Ignazio Gulotta

Non è certo la prolificità quella che caratterizza la band belga fondata da Mark Hollander, infatti “Figures” (2020) è appena il quarto loro lavoro dall’esordio nel 1977 con “Onze Danses Pour Combattre La Migraine” cui seguì nel 1980Un Peu De L’Àme Des Bandits” e poi dopo la stampa nel 2014 di un disco registrato anni prima, eccoli rinascere come l’araba fenice in forma strepitosa, freschi, brillanti, meravigliosamente immersi in atmosfere rarefatte e sognanti, con arrangiamenti insoliti e creativi. È la libertà creativa che caratterizza il rock in opposition e la scena canterburyana che ritroviamo meravigliosamente associata al french touch, disincantato e seducente, raffinato e intellettuale, degli Stereolab. Ma aldilà dei riferimenti questo è soprattutto un disco degli Aksak Maboul, Hollaander ha scritto le musiche e arrangiato tutti i 22 brani di questo doppio album, mentre Véronique Vincent (i due sono compagni anche nella vita) è responsabile dei testi, ricchi di riferimenti e citazioni letterarie e artistiche, e dei disegni che corredano l’album.
Hanno registrato tutto nel loro studio con la partecipazione di numerosi ospiti, oltre ai musicisti che li accompagnano dal vivo e a ex membri della band ci sono Fred Frith, Steven Brown dei Tuxedomoon e membri degli Aquaserge, il disco come i precedenti esce per la Crammed Discs, label dello stesso Hollander. Ma non si pensi a un disco ostico o intellettualistico, gli Aksak Maboul sanno invece muoversi dentro la dimensione canzone, certo non quella classica introduzione, strofa, ritornello, spesso stravolta, come nel caso dell’irriverente e anarchica C’Est Charles e, soprattutto, giocando sul contrasto fra le linee armoniche dove gli arrangiamenti attingono liberamente a fraseggi rock, jazz, progressive, elettronici e pop, e le melodie ora eteree e patafisiche, ora da canzonetta pop, ora da chansonnier e qui, se un riferimento vogliamo indicare, non può che essere quello di Robert Wyatt.
I ventidue brani, alcuni sono brevi stacchi, per vivacità, varietà, intelligenza e raffinatezza si fanno apprezzare senza riserve, ma dovendone indicare alcuni le mie preferenze vanno alla frizzante Spleenétique che sembra fare il verso alle jeune filles, ingenue e seducenti, della canzone beat francese, ma su un arrangiamento free e bizzarro, al gioco intellettuale di Dramascule, il dialogo fra un uomo e una donna che subisce lui e le sue letture di Georges Perec, il senso paradossale è dato dal contrasto con un arrangiamento di glitch elettronici vintage e un sax inquieto e notturno; notevole e affascinante la seducente Silhouettes che sembra farsi largo fra le volute di fumo delle gitanes, evocando i tavolini di un café e l’impagabile atmosfera della rive gauche. Molto divertente Taciturne, col suo tono gioioso e le sonorità infantili e bizzarre e quell’aria da marcetta ricorda i lavori di Pascal Comelade e, ovviamente, gli otto minuti conclusivi di Tout a un Fin, costruita su una lenta, ipnotica progressione su cui si sbizzariscono di volta in volta i vari strumenti – fiati, tastiere, elettronica, archi – creando la perfetta miscela fra Canterbry, sperimentalismo, jazz e minimalismo. A mio avviso un disco che ritroveremo nelle liste dei migliori album dell’anno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

https://aksakmaboul.bandcamp.com/album/figures

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