Aerosmith: “Toys In The Attic” (1975) – di Gabriele Peritore

New York è sempre stata una metropoli pericolosa ma probabilmente agli inizi degli anni settanta tocca il suo apice di violenza ed ingovernabilità ed è molto formativo per dei giovani rocker riuscire a sopravvivere aggirandosi di notte al limitare dei bassifondi della città. Allenamento di ogni santa notte per Steven Tyler, Joe Perry e Tom Hamilton, lambire I bordi del ghetto cercando di non essere inghiottiti, perché per loro equivaleva a sfondare nell’industria discografica di cui le leggi assomigliavano molto a quelle della strada. I tre decidono di riunirsi in un gruppo proprio nel 1970, dopo precedenti esperienze fallimentari; sono giovanissimi e hanno tutto il tempo di rifarsi. Tutti e tre hanno in comune di avere iniziato a suonare da bambini. Incarnano alla perfezione l’immagine dello spirito ribelle degli anni settanta tanto che a un certo punto della loro carriera Steven Tyler e Joe Perry vengono ribattezzati The Toxic Twins (i gemelli tossici), a causa dell’abbondante utilizzo di sostanze. Joe Perry graffia con le raffiche di chitarra elettrica, Tom Hamilton si assume la responsabilità dei giri di basso elettrico e Steven Tyler mette tutta la sua rabbia di giovane irrequieto nella voce.
A loro si uniscono Joey Kramer (batteria) e Ray Tabano (chitarre) presto sostituito, però, da Brad Whitford. Si trasferiscono a Boston e fondano gli Aerosmith con lo storico logo disegnato da Roy Tabano. Nel 1973 esce il primo disco che ha il nome della band. Nel marzo dell’anno successivo esce anche il loro secondo album “Get Your Wings”. Nonostante brani che indubbiamente fanno parte dell’immaginario collettivo come Dream On e la mitica cover Train Kept A-rollin’ (Yardbirds) non riescono a raggiungere il successo commerciale. Ma i ragazzi hanno la pellaccia dura. In quegli anni di gavetta ne fanno tanta e i loro concerti dal vivo sono esplosivi. Esibizione dopo esibizione comprendono quello che fa saltare il pubblico dalla sedia. Il loro modo smisurato di fare spettacolo è notato anche da quelli della Columbia Records, così nel 1975 sono pronti per pubblicare “Toys In The Attic”. Che letteralmente si può tradurre con la frase “mettere i giocattoli in soffitta”, un modo di dire che equivale al nostro “uscire di testa”. In effetti in questo disco ce la mettono tutta per far uscire il pubblico di testa. Un concentrato di adrenalina di trentasette minuti in cui alternano ritmi irresistibili e ballate logoranti.
La title track ha tutta la cattiveria e la capacità corrosiva che un brano Hard Rock dovrebbe avere per eccellenza. Ogni brano del disco contiene la giusta dose di istinto e tecnica e merita l’attenzione giusta. La cavalcata altalenante di No More No More, la martellante avanzata di Round And Round, la commozione da brividi di You See Me Crying. Chiaramente teniamo per ultimo le pietre miliari, Sweet Emotion, che contiene uno dei giri di basso più belli della storia della musica e per finire, Walk This Way, pezzo che farebbe ballare anche un morto. “Segui i miei passi”, come diceva Igor in una celebre battuta del film di Mel BrooksFrankestein Junior” (1974) ed è impossibile non seguirli. Sono tutti perfetti i passi in “Toys In The Attic”, disco che attinge a piene mani dall’Hard Rock e dall’Hard Blues degli anni precedenti (Cream, Led Zeppelin, Rolling Stones, Yardbirds, per fare dei nomi), un vero omaggio al Rock’n’Roll. La loro formula di giri di chitarra e basso, e voce straziata fino al limite, infarcita di linguaggio di strada e doppi sensi con rifermenti sessuali che probabilmente di doppio senso hanno ben poco, sono il giusto ponte per il futuro, tanto che gli artisti degli anni novanta che hanno saputo innovare il genere si sono tutti ispirati a questo album e a “Rocks”(1976), Il loro album successivo. Walk this way, segui i miei passi, in questo momento è l’unica cosa sensata che si possa fare per smuovere dalla asfissiante staticità.

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