AC/DC: “Power Up” (2020) – di Alex De la Iglesia

Fa un certo effetto scrivere degli AC/DC, a me che sono tutto tranne che un fan sfegatato. Da buon ammiratore selettivo ho apprezzato la prima fase della loro carriera, per intenderci l’era Bon Scott, ergo restare abbastanza frigido con la produzione successiva. Eppure posso capire chi si lascia trasportare indifferentemente da “High Voltage“ (1975) o “Rock or Bust” (2014), poiché i cultori avranno pane per i loro denti ogni qualvolta riascolteranno gli stessi stacchi di batteria, i medesimi assoli di chitarra o le urla di Brian Johnson. Comprendo perfettamente cosa vuol dire avere la piacevole impressione di riascoltare pezzi tra loro speculari, pur riproposti in diverse salse e con parole differenti, a prescindere dall’anno di pubblicazione. Da appassionato dei Ramones ho il concetto ben chiaro in mente.
Novembre 2020, nel bel mezzo della pandemia da Covid-19 e con tutte le paure per il futuro prossimo e anteriore, una certezza c’è e si chiama “Power Up”. Gli AC/DC restano fedeli alla linea che li caratterizza da 45 anni, ovvero un granitico rock blues senza compromessi. La formazione vede insieme ai sempre presenti Angus Young (chitarra) e Bon Scott (voce), Phil Rudd alla batteria e Cliff Williams al basso. Inoltre, si deve menzionare l’ingresso di Stevie Young alla chitarra ritmica in sostituzione del compianto Malcolm Young (1953-2017).
Realize è subito lag proverbiale scossa elettrica. Classico hard rock che rimanda all’iconica Highway To Hell, a sua volta figlia della celebre All Right Now dei Free, contestualmente potente e orecchiabile come la successiva Rejection. Segue Shot In The Dark, che insieme alla prima traccia è stata estratta come singolo, coinvolgente e sbarazzina come potrebbero essere una Fly On The Wall o una Have A Drink On Me. Tanto leggera e rilassata, quasi ballad elettrica, è Through The Mist Of The Time quanto è invece intensa Kick When You’re Down. Un hard blues teso e sfacciato che può ricordare da vicino Domino dei Kiss. Le sonorità di Witch’s Spell fanno tornare in mente un altro cavallo di battaglia del periodo di Bon Scott, ovvero Live Wire, mentre Demon Fire è certamente uno degli episodi più riusciti dell’album. Si tratta di un rock’n roll veloce e ispirato, sulla falsa riga della memorabile Whole Lotta Rosie.
Ancora autocitazionismo di quello che fu lo stile dei primi tempi in
Wild Reputation, mentre No Man’s Land è a parere di chi scrive la traccia più debole della tracklist. Il tris finale regala invece qualche emozione grazie al compatto muro sonoro elevato dai componenti della band. Systems Down è, nell’ottica del consolidamento dello stereotipo AC/DC, il brano perfetto grazie all’inizio in sordina che gradualmente si sviluppa nel crescendo vocale e strumentale. Il riff di Money Shot incalza fresco e leggero, ideale come sottofondo “on the road. Si chiude dunque con la spavalda e diretta Code Red, un omaggio alla loro canzone per eccellenza. Sin dalle prime note è infatti inequivocabile l’intenzione di rievocare quello che fu il biglietto da visita di Brian Johnson, cioè Back In Black.
A conti fatti, “Power Up” va preso per ciò che è e ciò che rappresenta. Senza ombra di dubbio è un valido album di hard rock, nello specifico l’hard di facile ascolto che suonato in questo modo è un evergreen. Per quanto riguarda il valore intrinseco, di sicuro rappresenta il marchio di fabbrica che gli AC/DC portano avanti dal 1975 mantenendo bene o male un ottimo smalto. Giusto dire che manca d’inventiva, ma d’altronde quest’ultima non è una prerogativa della band da parecchio tempo. Qualunque neofita che si appresti ad ascoltare per la prima volta gli attempati australiani potrà tranquillamente farlo con questo disco, per poi andare a ritroso nella discografia se ha interesse. Nulla di nuovo sotto al sole, e questo a seconda del punto di vista è il bene o il male che caratterizza Angus Young & Co. Perché come è facile intuire, un gruppo così o si ama o si odia.

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