zYp… il rock della “Barriera”: intervista con Vittorio Campanella – di Nicola Chiello

Gli zYp hanno pubblicato il loro primo EP nel 2016: “Non Sapevamo Scegliere (DEWREC 2016) è stato forse l’esordio più promettente nella scena emergente di Torino degli ultimi anni, città da cui vengono Vitto (voce/chitarra), Gabri (chitarra/voce), Lory (basso) e Fede (batteria). Nell’EP quattro brani impregnati di blues, stoner e psichedelia, sonorità grunge e immagini di periferia. Dove sembra non esserci bellezza, fra “montagne di plastica, asfalto e aria inquinata”, gli zYp immaginano e creano paesaggi distorti ed eterei in cui ci si può rifugiare se la realtà intorno a noi, come quella urbana, sembra soffocante e arida. Nel 2019 la band torinese fonda Lumimic, un progetto che mette insieme musicisti e artisti visivi in spettacoli psichedelici e suggestivi. In occasione dell’uscita di due nuovi singoli, Desertica e Rettile, e in vista dell’uscita di un album purtroppo rimandata a data da definire a causa del coronavirus, abbiamo organizzato un’intervista a distanza col frontman del gruppo, Vittorio Campanella. Dalla chiacchierata sono emersi aneddoti, riflessioni su correnti musicali e classifiche (Vitto ci ha spiegato che al momento vanno per la maggiore rap e presomalismo, termine che parla da solo e che valeva la pena includere). Ne abbiamo approfittato anche per chiedere ai diretti interessati quando sarà possibile riassistere a musica dal vivo, ma la risposta purtroppo è stata “Nessuno ne sa niente. Comunque non prima di giugno, sicuramente”.
Come nascono gli zYp?
Quando andavo in seconda liceo, durante un’autogestione, conobbi il cugino di Fede, che a sua volta mi fece conoscere i Muse, i Foo Fighters e l’House of Rock. Quindi mettemmo su una band: c’eravamo io, lui, Gabri, uno dei futuri Ratavöloira, il team di videomaker che ha lavorato al video del nostro nuovo singolo, Desertica, e un nostro amico batterista poi rimpiazzato da Fede. Quell’estate feci il mio primo concerto da chitarrista e cantante al camp estivo ad Ala di Stura organizzato dall’House of Rock e quello fu il culmine del mio innamoramento per la musica. L’estate successiva lasciai il gruppo ma volevo continuare a suonare e avevo appena conosciuto Lory. A cavallo fra il 2013 e il 2014 nasceva la band a cui si sarebbero aggiunti poi Gabri e Fede. Erano nati gli zYp. Siamo particolarmente riconoscenti a Robbo (Roberto Bovolenta, chitarrista negli Amici di Roland, Il Senato, nel 2010 fonda a Torino l’House of Rock, una scuola e centro di cultura r’n’r che mette insieme band e le porta a esibirsi sui palchi della città) il nostro maestro di vita che è stato importantissimo in tutto ciò, perché senza di lui molte cose non sarebbero successe, e non vale solo per noi ma per tantissimi gruppi”.
Com’è nata l’idea di Lumimic e come ha influenzato il vostro lavoro?
L’idea è nata nel 2019, mentre lavoravamo ai nuovi pezzi, dalla nostra esperienza in un contest, Duel, che consiste nel far sonorizzare un cortometraggio a due band sfidanti. La prima volta abbiamo gareggiato contro Bea Zanin e Diego Perrone e abbiamo vinto; la seconda contro i Ronny Taylor ma è finta in pareggio. Per la prima volta abbiamo usato il proiettore in sala prove, ci siamo avvicinati alla musica strumentale e alla psichedelia. La prima esibizione col nome di Lumimic, sound and visual for inner perception, ha avuto luogo alla Casa del Teatro Ragazzi durante il festival Incanti insieme ai Besllum, duo di Palma di Maiorca che fa proiezioni psichedeliche. Con loro avevamo lavorato a distanza per lo spettacolo e poi ci hanno invitati a suonare a un festival nella loro città. Quella è stata un’esperienza bellissima, siamo partiti in nove e abbiamo fatto il viaggio in furgone. Nel frattempo Lumimic da spettacolo è diventato una serie di eventi multimediali nonché un collettivo internazionale di artisti visivi e musicisti”.
Essendo cresciuti e abitando tutti nello stesso quartiere siete molto legati a Barriera di Milano… Pensi sia un ambiente che incoraggia gli artisti e l’arte in generale?
“Non direi, noi siamo stati fortunati, ma in sé non è una zona che offre così tante possibilità. Dipende da cosa intendi per “incoraggia”… Ti faccio un esempio forzatissimo: è un po’ come se a Robert Johnson o a Skip James avessero chiesto: “Ma i campi di cotone, da artista, ti incoraggiano?”. La risposta è sì, perché se non avessero vissuto in quel contesto, ora non ascolteremmo il blues. Ovviamente non oso paragonarmi a questi mostri sacri ma il principio è lo stesso. Barriera non è bella, proprio per questo ci ha insegnato a riconoscere le cose belle. Però non fa neanche tutto così schifo: c’è Spazio 211, l’House of Rock, le sale prove Dracma, Pagella Non Solo Rock, tutte cose che ci hanno aiutati e a cui siamo affezionati”.
Cosa vuol dire per voi essere un gruppo rock nel 2020?
“Essere un gruppo rock è una presa di posizione. Anche se la nostra non è tanto una presa di posizione quanto un’attitudine, è libertà di fare quello che ci pare e piace, senza dar retta a nessuno, senza pensare a cosa vende di più o di meno. Anzi, è proprio questa la vera presa di posizione: scegliere di essere spontanei, di fare cose autentiche; il rock’n’roll, il nostro amatissimo rock’n’roll, ce l’abbiamo dentro, e si vede! Viene fuori ai concerti ed è il modo migliore in cui ci piace suonare; ci piacciono i suoni “grossi” e crediamo nella rivincita delle chitarre, ma questo non vuol dire che speriamo nel ritorno dei Led Zeppelin. Io personalmente non sono legato così spasmodicamente alle chitarre, perché ascolto veramente di tutto e credo che una bella canzone rimanga una bella canzone in qualsiasi modo la si suoni. A noi piace suonare canzoni rock.
Avete degli artisti italiani di riferimento? Ascoltando la vostra musica per esempio vengono in mente i Verdena.
“Ovvio che ci piacciono i Verdena, si sente. Vengono in mente loro perché non ce ne sono tanti altri in Italia che fanno musica di quel livello, con chitarre a quel volume, di quello spessore e testi melodici. Ascoltavano le stesse cose che ascoltiamo noi, la musica degli anni 90. Io amo molto Edoardo Bennato perché lo ascolto sin da piccolo, Gabri è uno sfegatato di Fabrizio De Andrè, sa tutti i pezzi a memoria. Anche adesso in Italia ci sono artisti interessanti, come i Kutso e i Nu Guinea.
Parlami delle canzoni del nuovo album.
“Il nostro EP lo abbiamo chiamato “Non Sapevamo Scegliere”, perché effettivamente non abbiamo mai saputo scegliere un genere a cui rifarci completamente, e la stessa cosa vale per le canzoni del nuovo album: sono tutte diverse, ognuna è un mondo a sé, sia per quanto riguarda la musica sia per quanto riguarda i testi. Desertica per esempio è un inno alla speranza e alla capacità di vedere le cose belle anche dove apparentemente non ci sono, mentre Sintomi, a cui sono particolarmente affezionato, ha un testo più riflessivo e consapevole. Che le cose cambiano, non rimangono mai uguali. Sole Fermo è una “canzone limbo”: descrive quella sensazione che si prova in una giornata d’inverno con il cielo incolore e il sole ridotto a un cerchiolino immobile, ed è lunedì. Rettile parla di un disagio interiore in cui ci ritroviamo tutti”.

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