Zu: “Jhator” (2017) – di Giovanni Capponcelli

Due brani, uno per facciata, come ai bei tempi degli Ash Ra Tempel o dell’Arkestra di Sun Ra, piuttosto che a quelli recenti del punk jazz di Brain Tentacles o ExEye. Disco sabbatico, anche in senso figurato, in cui l’evocazione di fantasmi si mitiga con la preghiera tibetana e la meditazione trascendentale di un ambient fatto di una matrice sonora che solo a tratti sconfina nel crudo rumore. Tesi passaggi atmosferici come negli Swans di “Glowing Man”, il kraut di Klaus Schulze, la trance, solo a tratti evocata, dei Necks. Massimo Pupillo e Luca Mai sono sempre il nocciolo del progetto, ma attorno a loro ruota una schiera di ospiti collaboranti che garantiscono le infinite sfumature di una tavolozza sonora che va dell’organo celeste alla tuba, dal violino al koto giapponese, rinunciando (rinnegando?) quasi del tutto alla percussività esplicita, cancellando di fatto un passato fatto anche di tribalismo, come sa bene Jacopo Battaglia, batterista storico della Band, per cui è stato impossibile continuare su certi sentieri. La dimensione della meditazione prende il sopravvento su quella dello smarrimento e della estraniazione che si trasformavano in rumore rabbioso. E oggi, guardando indietro alla Serpens Cauda contenuta nell’ultimo “Cortar Todo”, si vede chiaro il germe di un cambiamento oggi compiuto, che traccia segni tra le costellazioni di un emisfero altro come un portolano celeste dimenticato dai Tangerine Dream di “Atem”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *