Zephyr: Candy Givens & Tommy Bolin – di Magar

Se per caso ti trovi a sfogliare un quotidiano risalente al 27 gennaio del 1984, sicuramente ti capiterà di leggere dell’incidente occorso a Michael Jackson, a cui presero fuoco i capelli durante le riprese di uno spot per la Pepsi. Quel giorno però deve essere ricordato anche per la tragica e accidentale morte di Candy Givens, bella e talentuosa cantante che conobbe un momento di fulgida popolarità come vocalist degli Zephyr. È ciò che è successo a me, quando cazzeggiando sui social mi è apparso un accenno all’incidente di Jackson. Quella data ha mosso qualcosa nella mia mente e, dopo un breve controllo, ecco la conferma… e così Candy e la sua breve epopea terrestre è tornata a riempire i miei pensieri e, visto che non c’è nulla di meglio della musica per abbandonarsi al flusso dei ricordi, ecco che il mio piatto accoglie il bellissimo “Zephyr”, debut album del 1969 di una band che appare pervasa dalla tipica aurea di leggenda, così comune ormai per quel che concerne i dischi di quell’anno. Sin dalle prime note appare subito evidente che gli Zephyr hanno davvero i numeri giusti per sfondare: la chitarra è splendida e, non poteva essere altrimenti, visto che le mani che scorrono sulle corde sono quelle di Tommy Bolin, talentuoso artista poi finito nel giro dei Deep Purple; ciò che comunque colpisce maggiormente è senza dubbio la voce di Candy. Nei quasi otto minuti che racchiudono Sail On, il brano iniziale, la vocalist offre una performance che rappresenta il suo biglietto da visita: tra Janis Joplin e Grace Slick, Candy rappresenta tutto ciò che erano le voci femminili nell’America di quel periodo. Quello che fa da contorno alla voce, è un sontuoso pezzo di Hard Blues, con Bolin che a tratti ricorda Jimmi Page, e l’organo di John Faris a giganteggiare tra le righe. Basterebbe questo incredibile inizio a fare di “Zephyr” un album memorabile ma, la seguente Sun’s a risin’, aggiunge ulteriore meraviglia, con Candy che alterna voce e armonica a cesellare un pezzo fatto di classe pura. Se penso a questa ragazza, alle sue origini fatte di poche cose, con una famiglia che si arrangiava tra gioco d’azzardo e piccoli crimini, mi viene da pensare a come sia a volte strano il destino: una linea tracciata con un coltello, su una superficie altrimenti piatta. Non è possibile spiegare in altro modo la vita di questa artista di cui purtroppo pochi conoscono l’esistenza; certo che ascoltando i sei minuti di Somebody Listen, nei quali il connubio voce chitarra rasenta la perfezione, è difficile immaginare con quanto poco successo sia stata condita questa avventura artistica. Gli Zephyr avrebbero davvero meritato molto di più. In Colorado, il loro stato di origine, sono una leggenda, ma per il resto del mondo, America compresa, restano degli illustri sconosciuti. Il primo lato è terminato, e dopo il rito del cambio, ecco Cross the River, altro brano decisamente Hard Blues, con un riff incalzante e Candy in grado di modulare la voce su vette altissime, a fare da splendido contraltare al possente suono dell’organo e alla tiratissima chitarra di Bolin, sempre in bilico tra Psichedelia e Hard Rock. Da rimarcare quanto il flauto si amalgami perfettamente in un terreno a lui davvero poco familiare: eppure il tutto risuona perfetto. Candy Givens aveva una personalità magnetica, trasmessa a tutta la Band, e chi ha avuto la fortuna di vederli in concerto, narra di sets incendiari, lunghi e tirati, in grado di accendere letteralmente il pubblico.
“Candy Givens è stata una stella musicale unica che si è diffusa nel cielo del Colorado ed è scomparsa inaspettatamente”, osserva Gil Asakawa, giornalista rock. “Aveva una voce potente e gutturale che poteva urlare le note più alte del rock and roll ma sprofondare nei più bassi gemiti blues”. In questa frase è racchiusa tutta la qualità di questa figlia del Colorado, che cavalcò il suo breve periodo di gloria in modo impetuoso, segnando in modo memorabile il Denver Pop Festival del 1969. Lo splendido inizio Blues di St.James Infirmary, con la voce che sembra uscire dal’ugola di Robert Plant, riesce come sempre a farmi smettere di pensare: credo sia la vetta di un disco a cui è arduo assegnarne una. Un Blues classico e moderno che tutti dovrebbero conoscere. Poi ci sono i quasi nove minuti di Hard Chargin’ Woman, a ricordarmi quanta potenza sia in grado sprigionarsi dall’esecuzione di un Blues di questo livello. La rabbia con la quale Candy urla al mondo la sua incazzata vitalità ha il potere di scaricare anche la nostra repressa violenza. Possiamo trovare nel suo modo di cantare la stessa trasgressione e lo stesso demone che agitavano il quotidiano di Jim Morrison… e proprio come il “Re Lucertola”, la sua avventura terrena si conclude in una vasca da bagno, tra alcool e Quaalude, nel 1984. Per quel che mi riguarda, la sua vita torna a incontrare la mia ogni qualvolta i diffusori del mio impianto vibrano sotto gli acuti della sua voce: tutte le volte, con i solchi dei tre album degli Zephyr, riesco a tornare al 1969.
Nel 2019, la Colorado Music Hall of Fame introduce Candy Ramey Givens e gli Zephyr nella Hall of Fame. Mentre è impossibile tornare indietro nel tempo per dar loro il dovuto, questa Band merita di essere riconosciuta come uno dei gruppi più incredibili, con una presenza femminile che, pur radicata nel Blues-Rock, ha trasceso quel genere per creare la sua nicchia nella storia della musica del Colorado.

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