Yukio Mishima (1925-1970) – di Gianluca Chiovelli

Il 25 novembre 1970Mishima Yukio dà gli ultimi ritocchi al romanzo finale della tetralogia “Il mare della fertilità”. Sa di dover morire, di propria mano, come deciso. Prepara il manoscritto per la spedizione all’editore. Quindi indossa l’uniforme della Società dello Scudo (Tate no kai, sorta di organizzazione paramilitare e spirituale da lui fondata); prende con sé un’antica spada da samurai e una daga. Prima di uscire lascia scritta una breve notazione, condannata a essere postuma: “La vita umana è breve, ma io vorrei vivere sempre”. Si avvia, quindi, verso l’edificio del Ministero della Difesa, assieme a quattro commilitoni. Ha un appuntamento con il generale Mashita (che ha acconsentito a ricevere lo scrittore proprio perché interessato a quella spada). Durante il tragitto Mishima passa davanti alla scuola della figlia Noriko. Commenta, con quel cinismo che ama nascondere il sentimento: “È il momento in cui, in un film, si sentirebbe una musica patetica”. Le scene si susseguono veloci: il gruppo è accolto senza sospetti; presto i cinque prendono possesso dell’ufficio militare; il generale è legato, le porte verso l’esterno vengono serrate. Si tratta. Fra le condizioni per il rilascio dell’alto ufficiale Mishima esige che i soldati si riuniscano in massa proprio sotto il balcone dell’ufficio; creato un proprio pubblico, circa mille uomini, egli li arringa con durezza: “Abbiamo assistito stringendo i denti, al gioco della politica interna a dissimulare le contraddizioni, mentre sprofondava nell’ipocrisia e nella bramosia di potere. Abbiamo assistito alla difesa dei particolarismi e degli interessi personali. Abbiamo visto affidare a Paesi stranieri i piani riguardanti i prossimi cento anni della Nazione; abbiamo visto l’umiliazione della disfatta nascosta per non essere cancellata, e gli stessi nostri connazionali profanare la storia e le tradizioni del Giappone… Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E’ bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. Non c’è nessuno tra voi che desideri morire per sbattere il proprio corpo contro quella Costituzione che ha evirato il Giappone? Se c’è, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione spinti dall’ardente desiderio che voi, che avete uno spirito puro, possiate tornare ad essere veri uomini, veri samurai!” La Patria venduta all’americano, all’invasore. La Patria perduta. La mercificazione delle tradizioni, la scomparsa della storia. Il simbolo celeste dell’Impero ridotto a burattino. Mishima sbraita, torce il volto nell’invettiva. Non sono tempi da Enrico V, certo. Mishima è solo, disperatamente. Quello che ha mosso intere generazioni pare svanito dai cuori dei giapponesi. Il discorso è accolto da urla di disapprovazione e strepiti neghittosi. Mishima rientra nella sala. Prepara con freddezza il suicidio rituale. Lo esegue. Morita, il suo più fedele compagno, è pronto a decapitarlo per evitargli le ultime indicibili sofferenze ma esita. Trema. Hiroyasu Koga gli strappa l’arma dalle mani. Con un sol colpo spicca la testa di Mishima dal busto. Morita si accascia per la vergogna, incapace di imitare il sensei. Ma vuole la morte anch’egli. Supplica Koga: “Colpisci!”, gli dice, liberandosi così dalla responsabilità e dall’onta. L’azione è finita. Irrompono le forze dell’ordine e i giornalisti. Le teste di Mishima e Morita sono composte accanto ai corpi. I tre superstiti vengono arrestati e condannati. La burocrazia e l’ordinarietà borghese masticano con cura l’evento, con la tranquilla sicumera dei mediocri, sino ad espellerlo dal cono di luce della sovversione. Ben altre cure agitano i cuori dei giapponesi! Lo stesso primo ministro liquida con fastidio la questione (“Era pazzo”), come se un venditore importuno fosse venuto a molestare un sonnellino domenicale. Il suicidio, eclatante, non mosse più di una breve onda. Era fuori sincrono con le ansie del nuovo mondo: un atto ormai incomprensibile. Folle. Lo si riguardava scuotendo il capo, colla sufficienza per cui si accolgono, in un mondo insulso e sicuro, pacificato e tiepido, le gesta barbariche di un passato esagitato e spaventevole. Solo il generale sequestrato, Mashita, figlio di un mondo più antico, poteva capire quella sequenza di sconsideratezze. Un militare. Di fronte alle vite spezzate pronunziò la preghiera buddista dei morti: “Namu Amida Butsu”, auspicio per la Terra Occidentale. Poi disse: “Non continuate questa carneficina, è inutile. Coprite i morti”. C’è tutto in queste parole. La comprensione, come detto, ma anche nostalgia, pietà e disprezzo per se stessi. Mishima, come tutti coloro che non credevano più in nulla, e che scorgevano il vuoto dietro ogni atto, si aggrappò a qualsiasi cosa che fosse un pieno. Il Giappone, gli antenati, la tradizione… ma il proprio tempo lo tradì, esprimendogli il più gaglioffo degli sberleffi. “Patetico Mishima!” Gigantesco fratello! Queste le ultime parole dell’ultimo romanzo, vergate il giorno stesso del suicidio.
“Nel boschetto, al di là della distesa erbosa, gli aceri prevalevano sulle altre essenze. Una porta di giunco intrecciato si apriva sulle colline. Ancorché fosse piena estate, qualcuno degli aceri era rosso e accendeva di fiamme la vegetazione. Qualche posapiedi era sparso qua e là sull’erba, timidamente fiorita di garofani selvatici. A sinistra c’era un pozzo con la sua carrucola. Sul tappeto verde, uno sgabello di smalto arroventato dal sole avrebbe ustionato chiunque si fosse arrischiato a sedervisi. Sopra il verde crinale dei colli le nubi dell’estate allineavano le loro precipiti pareti.Era un giardino pacificante e sereno, senza niente di particolare. Come un rosario che scorra fra le dita, vi regnava, assordante, il canto delle cicale.
Nessun rumore al di fuori di quello.
Il giardino era vuoto.
Era venuto, rifletteva Honda, nel luogo del nulla, ove ogni ricordo è cancellato.
Il sole estivo inondava la pace del giardino”
Fine de “Il mare della fertilità”, 25 novembre 1970

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Un pensiero riguardo “Yukio Mishima (1925-1970) – di Gianluca Chiovelli

  • Febbraio 12, 2019 in 7:38 pm
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    Bel articolo. Ultimo samurai. La fine di una filosofia di vita fatta diritti, rispetto, fedeltà il tutto legato dalla coerenza. Un mondo perduto. Con tanti insegnamenti che avrebbero giovato al l’Occidente che invece ha fagocitato un approccio alla vita meno malato è schizzato. Eppure lo spirito del samurai e rifiorito e penso si nato nei dipendenti fedelissimi a quelle società industriali. Hanno messo a disposizione delle ditte di appartenenza la loro vita con ore e ore di duro lavoro per imporre sui mercati occidentali i loro marchi. Il samurai è sopravvissuto così. Mischia non avrebbe potuto immaginare questa trasformazione Il colonizzato ha colonizzato milioni di occidentali con i loro prodotti perfetti. Una su tutte la Sony

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