Yuji Ohno: “Cosmos” e “Lifetide” (1981-1982) – di Mattia “Blackjack” Chiarella

Gli anni 70, non si finirà mai di ribadirlo, sono stati un decennio ricco di sperimentazione artistica e di voli pindarici che hanno portato diversi campi dell’arte a compiere un’evoluzione inaspettata e meravigliosa. Generi musicali come Funk e Rock Progressive, ad esempio, hanno contribuito ampiamente alla stimolazione fantastica di registi cinematografici, fumettisti e scrittori portandoli a creare perle di rara bellezza molte delle quali, ahimè, verranno apprezzate a pieno soltanto vent’anni più tardi. Tra le diverse nazioni che beneficiarono dell’avvento di questa ventata di novità vi fu, sicuramente, il Giappone. In un periodo di grandi difficoltà, dal quale riuscì ad uscire con grande forza di volontà, il popolo nipponico partorì tutta una serie di grandi personaggi di cui solo una minima parte verrà “esportata” in Occidente. Tra questi, un compositore classe 1941 diventerà uno dei più grandi portabandiera della cultura giapponese con influenze d’oltreoceano: Yuji Ohno. Pianista e tastierista Jazz, nonché direttore d’orchestra, il Maestro Ohno resterà folgorato dalle sonorità del grande compositore americano Lalo Schifrin, dalle quali trarrà ispirazione per comporre colonne sonore molto apprezzate, tra le quali ricordiamo quella della serie televisiva d’animazione “Lupin III” (1977), della serie televisiva “Golden Dog” e del film “Proof of the wild” (entrambi del 1979). La sua produzione, che continua ancora oggi, comprende due album a sé stanti e della durata di quaranta minuti l’uno: “Cosmos” del 1981 e “Lifetide” del 1982. Apparentemente non particolarmente “degni di nota”, questi due album racchiudono una carica esplosiva di Funk/Fusion alla quale, sicuramente, i connazionali Casiopea hanno tratto spunto per i loro lavori. Due viaggi in altrettanti “mondi” diametralmente opposti ma con una caratteristica comune: la tranquillità. Il primo, registrato con una band di ben 25 elementi che si alternano, è un viaggio attraverso il Cosmo (divertente il “gioco” presente in copertina tra il cosmo spaziale e quello botanico terrestre) esplorando i diversi pianeti che compongono la nostra galassia, portando l’ascoltatore in un viaggio onirico tra Giove, Venere, Saturno e la costellazione di Andromeda. Particolarmente degni di nota, i brani Take it to the sky (un Funk degno dell’inserimento in una serie televisiva poliziesca che il compositore brasiliano Eumir Deodato apprezzerebbe di sicuro) e la suite divisa in tre parti dal titolo Crystal lullaby, a nostro avviso la vera punta di diamante di questo disco. Ascoltando diverse volte questo lavoro, potrebbe capitare di immaginare una divertente scenetta ascoltando Saturn – Pierrot in the Heaven: l’innamorato cinquecentesco patetico e sfortunato che si trova a danzare solitario tra gli anelli di Saturno felice e spensierato come non mai. La presenza di prologo ed epilogo, lasciano presagire che questo album sarebbe potuto diventare una colonna sonora. Qualche appassionato, in rete, ricordò qualche anno fa che alcune tracce di questo album (come la bellissima Sunset) sono state inserite nella soundtrack della serie d’animazione “Daicon III” uscita, guarda caso, nello stesso anno. Non è un caso, quindi, che l’album uscito l’anno successivo intitolato “Lifetide” (in italiano “marea della vita”) si apra con un rimando al precedente lavoro: Prologue (magic islands) – Breathing Cosmos… infatti, potrebbe spingere l’ascoltatore a “salutare” (in poco più di un minuto) le atmosfere immaginate nell’album precedente per riapprodare sulla terra in una situazione, a dir poco, paradisiaca. L’album, con sonorità certamente più Ambient rispetto al precedente, con massicci e sapienti utilizzi di sintetizzatori e sequencer, è un lavoro in solo, con tributi evidenti a grandi musicisti del calibro di Dave GrusinBirds on Paradise, The dawn of Seychelles e Windy bay possono essere considerati i tre brani “chiave” dell’intero progetto, nonché tra i più apprezzati dall’ascolto, curiosamente, molto giovane della Rete: l’approdo, cioè, in un ambientazione terrestre paradisiaca (come si evince, del resto, dalla sua copertina). La title-track dell’album è invece, la punta di diamante dell’intero disco con un sound degno dei migliori strumentali del soul man Isaac Hayes, riconducibile, tranquillamente, alle colonne sonore più Funk di “Lupin III” realizzate a metà anni 80. In sostanza, se si potesse dare un giudizio complessivo di questi due lavori, sarebbe il seguente: da acquistare, assolutamente, insieme. L’ascolto dovrebbe essere continuo: finito un album, inserire immediatamente l’altro. Sfortunatamente, solo un’attenta ricerca in Internet potrebbe farne saltare fuori i vinili originali ma, siamo convinti che anche un “semplice” ascolto in Rete renderà soddisfatti anche i palati più raffinati.

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