Yes: “Close to the Edge” (1972) – di Nicholas Patrono

Una copertina quasi monocromatica, di un verde acceso che sfuma fino al nero, e tre soli brani. Minimale fino all’osso in apparenza, eppure stratificato e intricato nella sostanza. “Close to the Edge” degli Yes, uscito per l’Atlantic Records il 13 settembre 1972, rappresenta uno dei baluardi del Prog Rock di cui tanto ci piace rispolverare le origini e le sonorità. È l’epoca dei Gentle Giant, dell’apice dei Genesis di Peter Gabriel… e di tante altre band storiche, inglesi ma non solo. Gli Yes appartengono a quell’ondata di band progressive nate negli ultimi anni 60, ritagliatesi uno spazio a suon di lunghe suite musicali e soluzioni anticonvenzionali, nella metrica dei brani, nelle melodie, nei testi. Tre canzoni, per 37 minuti di durata: non proprio ciò che ci si aspetterebbe da una band qualsiasi… ma gli Yes non sono mai stati una band qualsiasi. Formati, all’epoca di “Close to the Edge”, dal bassista Chris Squire, il tastierista Rick Wakeman, il batterista Bill Bruford, nonché dal vocalist Jon Anderson e dal chitarrista Steve Howe, questi ultimi compositori principali del disco, gli Yes si dimostrano capaci di concentrare una qualità notevole, nei soli 37 minuti a disposizione. Alla title-track omonima, Close to the Edge, va il compito di aprire le danze, con una serie di rumori, scampanellii, fischi, cinguettii… che sfociano in un’ipnotica apertura terzinata. Inframezzata da brevi armonizzazioni vocali, la suite si apre nella sua prima energica parte, The Solid Time of Change, fino al brusco cambio che avviene verso i 3 minuti, dove ritmo e melodie si ammorbidiscono. Ancora un mutamento di pelle e a 4 minuti fa il suo ingresso la voce dal timbro chiaro di Jon Anderson, fino al ritornello dalle melodie solari e le gradevoli armonizzazioni. Si raggiunge il primo terzo della canzone e, attorno ai 6 minuti inizia la seconda parte della suite, Total Mass Retain, in cui s’incontra un ritornello differente. La voce, molto presente per gli standard delle band progressive di quegli anni, accompagna l’ascoltatore e annuncia il titolo della terza parte, ripetendo più volte “I get up, I get down”. Un intermezzo musicale di due minuti concede respiro a Jon Anderson. Si crea un’atmosfera sospesa, una transizione dove ogni assonanza e dissonanza delle tastiere di Wakeman fa la differenza nelle sensazioni che comunica. Superata la metà della canzone, al minuto 10 ritorna la voce di Anderson, più pacata e sussurrata, e nell’atmosferico refrain ripete ancora “I get up, I get down” più e più volte, mettendo in luce le proprie qualità vocali. Entra un organo… e ancora una volta tutto cambia. Voce e organo dialogano, il ritmo rallenta, l’ascoltatore è sferzato da dissonanze, fino alla transizione nella quarta ed ultima parte: Seasons of Man. Tocca agli strumenti splendere di luce propria per un minuto e mezzo, dalle tastiere al basso alla chitarra, fino al ritorno di Anderson, verso il minuto 16. Di qui è un crescendo fino al finale, in un ultimo, magistrale ritornello che riprende, sia in musica che nelle liriche, i tre refrain presentati nelle tre suite precedenti. Ancora una volta, come la tradizione del Progressive vuole, il finale è un cerchio che si chiude, con gli stessi rumori “ambient” presentati in apertura. Per gli ascoltatori ancora in grado di muoversi e parlare, dopo questo viaggio astrale, si transita nella successiva And You and I, altra suite composta, come Close to the Edge, da quattro parti. Un’apertura acustica e dolce presenta la prima parte dei 10 minuti di And You and I, ossia Cord of Life. Ci si concede circa un paio di minuti prima che Jon Anderson torni a narrarci le sue note. Acustica e allo stesso tempo ritmata, conclusa da una nota vocale sostenuta, la prima parte si evolve nel suo proseguimento naturale, Eclipse, sezione più lenta e allo stesso tempo più ariosa. Episodio breve ma intenso, si conclude per lasciare il posto a The Preacher, the Teacher, dalle melodie più allegre e saltellanti, contrapposte ad un testo non proprio dei più felici. Il tutto, guidato da una sezione ritmica eccellente, su cui s’imperniano le melodie di chitarra e tastiera, costruisce un’immagine uditiva che diviene sempre più maestosa… fino all’ultimo minuto: la quarta parte, Apocalypse. Gli strumenti tacciono, eccetto per un sostegno di chitarra acustica… e qui Anderson e compagni chiudono il secondo brano del disco. Ruolo difficile, quello di And You and I, cioè quello di reggere il confronto con Close to the Edge; ma funziona, e non sfigura. Più movimentato l’inizio del terzo e ultimo, brano, Siberian Khatru. Basso, chitarra e tastiere fanno ciò che vogliono per un po’, finché la voce si unisce nel ritmato incedere della strofa. Ritornello atipico, che rallenta il ritmo anziché lasciare che tutto esploda… ma questa è licenza poetica firmata Creatività. Alla strofa il compito di accelerare di nuovo il tutto, fino alla sezione strumentale al centro del brano, dove Wakeman si permette uno sfogo d’estro, subito pareggiato dalla chitarra di Howe e, più avanti, da un virtuosismo vocale di Anderson. Un’ultima strofa, prima del finale, dove le melodie s’intrecciano con preziosismi tecnici, fino a che non si spegne l’ultima nota, in uno sfumato decrescendo che lascia quasi l’amaro in bocca, per la celerità con cui tutto si è concluso…. 37 minuti, tanti per tre canzoni, ma perfino pochi per ciò che gli Yes avevano da dire. Meno folli e sperimentali dei Gentle Giant, ma più ritmati e adrenalinici, gli Yes di “Close to the Edge” rappresentano quel lato del Progressive anni 70 a metà tra le capacità tecniche dei Genesis e le articolazioni compositive dei Gentle Giant… anche se ogni paragone è più che superfluo, perché gli Yes, come i gruppi già citati, possono fregiarsi dell’aver lasciato una firma nella Storia della Musica… E non certo per un solo disco.

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