Yeah Yeah Yeahs: “Despair” (2013) – di Lorenzo Scala

Claudio non aveva nessuna voglia di uscire ma sapete come vanno certe cose. A vent’anni gli amici sono molesti, vogliono fare branco, annusarsi a vicenda e, soprattutto, far guidare Caludio, unico astemio del gruppo. Questa volta però si era lasciato convincere senza troppi tentennamenti, senza facce lunghe e sopracciglia aggrottate. A creare uno spiraglio di luce nel muro d’apatia che lo affliggeva era l’immagine mentale di una  locandina: ore 22, Yeah Yeah Yeahs in concerto.
“Io stasera mando giù uno xanax, esco con queste amebe euforiche e non mi filo nessuno, mi metto sotto il palco e chi si è visto si è visto”. Alle 21 spaccate di un settembre nostalgico, con la benzodiazepina in circolo, questo ventenne dal cuore spezzato prese posizione al volante della sua Panda da battaglia. Passò a prendere Trabbo e Pertica, i suo compagni del liceo, tutti messi a lucido e belli brilli per vestire al meglio la stereotipata adrenalina del sabato sera. Voleva bene a quei due soggetti brufolosi, cercavano sempre di tirarlo su nei momenti di depressione, non sempre ci riuscivano anzi, quasi mai a dire il vero ma, sapere che qualcuno su questa terra era pronto a sforzarsi per strappargli un sorriso, era già qualcosa. Alle 21 e 45 il club era ancora semivuoto.
Trabbo e Pertica cominciarono a bere birra avidamente con i gomiti appoggiati al bancone, cercando entrambi di assumere sguardi seriosi e glaciali alla Clint Eastwood per cercare di attirare l’attenzione della tipa addetta agli alcolici, tutta scollata, tatuata e di buon senso dotata, visto che non se li filava minimamente. Mentre i due amici imbastivano conversazioni sulla visione filosofica di Friedrich Nietzsche per darsi un tono (sigh) Claudio uscì dal locale. Mezzo rintronato e con una creatura in stile Lovecraft a strizzargli il cuore con i suoi tentacoli, portò una Camel alla bocca e diede fuoco alla serata afosa, romana e settembrina.
“Mi hai lasciato, Veronica mi senti? Ti arriva l’eco di questo stupido pensiero? Mi hai lasciato con una pala in mano e mi hai detto: scava! Ti giuro che lo sto facendo, io scavo ma  se continuo così mi ritroverò in Cina, ammutolito e senza anima tra i lineamenti orientali che mi scrutano con note di biasimo”
. Fu proprio in quel momento, mentre lanciava senza slancio la sua Camel facendola rimbalzare sul bordo del marciapiede, che una voce femminile chiese: “ce l’hai una sigaretta?” Era lei. Era Karen O, la cantante degli Yeah Yeah Yeahs direttamente da New York. Era Karen O ma non solo, parlava italiano ed era anche strizzata in un vestito aderente, argentato con striature nere e che lasciava nude le spalle insieme a gran parte del seno. Per non parlare della spaccatura che partiva dall’ombelico, una crepa dentro la quale l’intera umanità sarebbe potuta scivolare senza un lamento, se solo l’umanità avesse potuto vederla in quel momento, con i suoi occhi. Il cuore di Claudio saltò un colpo. Poi un altro. Infine riprese al doppio della velocità, alla faccia dello xanax.
“Si! Si ce l’ho! La sigaretta!” Preso dalla confusione e dalla fretta di esaudire quel desiderio fece cadere il pacchetto, goffamente si chinò a raccoglierlo, con le mani tremanti sfilò una Camel e la porse insieme all’accendino a quella impossibile visione dall’incantevole frangetta nera e dalle cosce chilometriche. Dopo aver acceso la sigaretta e sbuffato una nebulosa di fumo e pulviscolo tra gli atomi della sera, Karen O chiese disinvolta: “ Che ti prende? Sembri sconvolto!”
“Perdonami Karen, il fatto è che sono probabilmente morto e non so bene come reagire a questa prospettiva”.
Lei allora si abbandonò ad un dolce sorriso, il bianco dei suoi denti era quasi grottesco, pareva illuminarlo di radioattività tanto che fu costretto a socchiudere gli occhi per non rimanere accecato.
“…ma tu non sei morto, scemo, sei solo svenuto come un allocco, fuori dal club subito dopo il primo tiro di sigaretta… sono due minuti che stai sdraiato con la bocca spalancata sull’asfalto e ancora nessuno se n’è accorto”.
Claudio lentamente riprese i sensi. Intorno a lui nessuno. La tempia sinistra dolorante, la faccia a galleggiare nella sua stessa saliva. Si tirò su pulendosi il viso con la manica della maglietta.
“Quello xanax mi sa che era scaduto” pensò. Due ragazze sbucate dal nulla si avvicinarono all’entrata del club e vedendolo disorientato chiesero civettuole e materne, quasi all’unisono: “Hey stai bene? È tutto ok?”. Claudio sorrise: “Si tutto ok, sono solo svenuto, credo…non ricordo niente, scusate mi potete accompagnare dentro dai miei amici? Vi offro da bere a un patto, se svengo di nuovo mi svegliate voi?”. Dall’altra parte di Roma Karen O si svegliò sul pulman privato diretto a un piccolo club per un concerto, trasognata disse a Nick Zinner, chitarrista della band: “I had a strange dream”.

Don’t despair, you’re there / From beginning, to middle, to end
Don’t despair, / You’re there through my wasted days
You’re there through my wasted nights / Oh despair, you’ve always been there
You’ve always been there / You’ve always been there
You’re there through my wasted years / Through all my lonely fears, no tears
Run through my fingers, tears / They’re stinging my eyes, no tears
It’s all in my head there’s nothing to fear / Nothing to fear inside
Through the darkness and the light / Some sun has got to rise
My sun is your sun / My sun is your sun / My sun is your sun
My sun is your sun / Your sun is our sun / Your sun is our sun
Your sun is our sun / Your sun is our sun
Oh despair, you were there through my wasted days / You’re there through my wasted nights
You’re there through my wasted years / You’re there through my wasted life
You’ve always been there / You’ve always been there / You’ve always been there
There through my wasted years / Through all of my lonely fears, no tears
Run through my fingers, tears / Stinging my eyes, no tears
We’re all on the edge, there’s nothing to fear / Nothing to fear inside
Through the darkness and the light / Some sun has got to rise
My sun is your sun / My sun is your sun / My sun is your sun / My sun is your sun
Your sun is our sun / Your sun is our sun / Your sun is our sun
Some sun has got to rise
My sun is your sun / My sun is your sun / My sun is your sun
Your sun is our sun / Your sun is our sun / Your sun is our sun
Some sun has got to rise / Some sun has got to rise.
 

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