YAK: “Alas Salvation” (2016) – di Porter Stout

Ecco uno di quegli esordi destinati a essere ricordati, il primo tassello di una sfavillante carriera, se farà il botto; prezioso oggetto di culto se invece dovessero filarselo in pochi. Comunque è impossibile rimanere indifferenti ascoltando un disco come questo. I responsabili sono tre ragazzi londinesi, si fanno chiamare YAK e sono una forza della natura: Oliver “Oli” Burslem (chitarra e voce) frontman carismatico e belloccio (una certa somiglianza con il Mick Jagger di un secolo fa) Andy Jones al basso e Elliot Rawson alle percussioni. Grazie all’Ep “No” del 2015, realizzato con la Third Man Records di Jack White e una intensissima attività live (chi ha assisto assicura che sono fenomenali) hanno bruciato le tappe, costruendosi una solida reputazione che li ha portati ad aprire i concerti per band affermate come Peace e Last Shadow Puppets. L’ennesima Next Big Thing che la stampa inglese ci propina una volta al mese, verrebbe da ironizzare; ma vi assicuro, stavolta ci hanno preso: gli YAK vanno ben oltre i facili sensazionalismi e sono di già una gran cosa. Al banco regia siede Steve Mackey, storico bassista dei Pulp e produttore di successo con M.I.A.Florence The Machine e Palma Violets. Il video della title track è stato girato invece da Douglas Hart, personaggio molto noto anche per aver fatto parte dei Jesus & Mary Chain. Sono collaborazioni di prestigio e inaspettate per un disco d’esordio dichiaratamente autoprodotto in nome del Do It Yourself. Che si tratti di spirito ribelle o di una precisa strategia di mercato non è dato sapere e poco importa, questa è una Band davvero elettrizzante e dal gran potenziale come testimoniano i 13 brani di “Alas Salvation”. 40 minuti dal forte impatto emotivo, dalle molteplici sfumature e notevoli soluzioni ritmiche e melodiche. Quando parte Victorious (National Anthem) difficile non saltare sulla sedia: chitarre grattuggiate, canto sguaiato, sezione ritmica da manicomio criminale, un anthem di straordinaria potenza. Altre band ci avrebbero tirato fuori mezza facciata del disco, loro no: una scheggia anfetaminica di unminutoecinquantasei per passare urgentemente ad altro; ad altro si fa per dire. Hungry Heart (il primo singolo estratto) è, se vogliamo, ancora più urticante, immaginatevi il Johnny Rotten più declamatorio istigato dal fuzz dei Mudhoney e avrete un’idea. L’immediatezza di Use Somebody infettata di Punk settantasettino alla Johnny Thunders ci tiene incollati alle casse fino a Interlude I che introduce la decadente Roll Another. Da qui in poi è tutto un susseguirsi di riferimenti diversissimi e a volte stranianti come nella minacciosa Curtain Twitcher (caveniana fin dentro al midollo) che getta ombre sinistre sul clima generale del disco; la carezzevole psichedelia di Take It, ballata alla maniera dei Radiohead di Go To Sleep, interviene subito dopo a rasserenare gli animi mentre Harbour The Feeling è un pezzo contagioso come pochi e pare uscito da “Songs For The Deaf” dei Queens Of The Stone Age. Gli esercizi di stile proseguono con Smile, spaghetti-western in salsa P’n’R come sapevano  fare straordinariamente i Thin White Rope, la velvettiana Doo Wah e, infine, con Please Don’t Wait For Me. Vocalità languide e intemperanze improvvise, muri di feedback e svagatezze acustiche, un saliscendi umorale che ben rappresenta il mondo sonoro degli YAK. Band e disco da annoverare tra le novità più eccitanti del 2016 e, considerando il panorama attuale d’oltremanica in fatto di sonorità smaccatamente Rock (vedi i deludenti lavori di Primal Scream e Virginmarys) è grasso che cola.

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