Xylella… la mosca e il contadino: intervista con Ivano Gioffreda – di Francesco Picca

Ivano Gioffreda fa l’agricoltore praticamente da quando è nato. A cinquant’anni suonati si è iscritto alla scuola serale per conseguire il diploma di tecnico agrario. Ivano è una figura chiave della questione Xylella, una delle tante “brutte faccende” italiane, note a tutti, poco chiare a molti. Abbiamo provato a meglio comprendere ciò che accade in Puglia da alcuni anni.
“Sono figlio di emigranti e ho vissuto con i miei nonni tutta la mia infanzia. Mio nonno non sapeva leggere e scrivere, aveva fatto la guerra e aveva conosciuto la fame. Portava avanti la famiglia con i soldi che guadagnava come bracciante agricolo. Quando tornavo da scuola correvo in campagna ad osservarlo mentre curava gli ulivi con le tecniche antiche; mi ha trasferito quei saperi e quei valori che mi auguro possano ricevere tutti i giovani d’oggi. A vent’anni ho cominciato a lavorare in una cooperativa agricola olearia dove, purtroppo, ho imparato ad usare le sostanze chimiche e gli agrofarmaci. Da lì a breve ho cominciato anche a vendere i fitofarmaci e, per diversi anni, ho utilizzato io stesso la chimica in maniera massiva sulle mie terre. Anche mio padre, rientrato dalla Svizzera, aveva un approccio orientato all’utilizzo smodato della chimica. Tutti, attorno a me, veicolavano il messaggio che era impossibile portare avanti una agricoltura senza pesticidi”.
Quando hai chiuso con la chimica?
“Ad un certo punto ho cominciato a rigettarla. Desideravo sganciarmi da essa, ma non sapevo come fare. La formazione in agricoltura, come accade ancora oggi, non forniva professionalità di riferimento, fatta eccezione per qualche corso estemporaneo sulle tecniche di agricoltura biologica, privo però della necessaria valenza pratica e, peraltro, organizzato da enti privati. Ho capito che l’unica prospettiva era quella di cambiare questo paradigma. Oltretutto, nella mia famiglia, sono venuti a mancare mio padre e mio zio per tumore alla vescica, mia madre ha sviluppato un tumore al seno e mia moglie ha avuto problemi con la tiroide. L’unica spiegazione che riuscivo a darmi era rispetto a ciò che mettevo in tavola, i prodotti della mia terra. Guardando le mie figlie, un giorno in me è scoppiata l’esigenza di fare un cambio radicale. Ho cominciato a curare la mia terra così come mio nonno mi ha insegnato, senza pesticidi, con l’uso del sovescio e dei concimi organici, come si faceva una volta. Questo, ovviamente, non bastava”.
Chi ti ha aiutato?
“Ho avuto la fortuna di conoscere Jairo Restrepo Rivera, un agronomo, geologo e biologo latino americano. Dopo pochi scambi realizzai che era il “maestro” giusto per me. Quasi subito ho promosso dei corsi di agricoltura organica e ho cominciato ad attuare le sue pratiche agricole. Successivamente ho fondato l’associazione “Spazi popolari A.O.R.” al fine di diffondere le tecniche di agricoltura organica rigenerativa che mi aveva insegnato Jairo ma, soprattutto, con l’intento di riportare i giovani a coltivare la terra attraverso una agricoltura sana, libera dall’agrochimica, centrata sul ripristino dei semi autoctoni di gran lunga più resistenti a tutte le malattie“.
Cosa accadeva attorno a te?
“Con la nascita dell’associazione, come era prevedibile, è iniziata una battaglia e mi son fatto molti nemici, soprattutto all’interno della cooperativa dove lavoravo. Il mio approccio agronomico competitivo sotto l’aspetto della qualità era percepito come un pericolo, soprattutto da parte delle associazioni di categoria. Ero definito il “contadino pentito”. Cinque anni fa la cooperativa mi ha licenziato, ma non mi sono opposto al provvedimento: ne ho fatto una questione etica. Nello stesso periodo è scoppiato il caso Xylella e i nemici sono diventati tantissimi. Per fortuna ho ricevuto anche tanto sostegno e abbiamo cominciato una difficile opera di sensibilizzazione attraverso numerosi convegni su come coniugare la coltivazione della terra, la salute e lo sviluppo attraverso un’agricoltura rurale e sana“.
Le tue tecniche di coltivazione sono antiche.
“Mio nonno trattava gli ulivi con le tecniche arcaiche, utilizzando lo zolfo anche alla base della pianta per non far risalire gli insetti lungo il tronco. Organizzo dei corsi proprio sull’utilizzo dello zolfo, una tecnica poco costosa, efficace e rispettosa dell’ambiente. I saperi di mio nonno e le tecniche di Jairo, unite alla passione e alla voglia di fare, hanno reso tutto più semplice. Ho cominciato a trattare i tronchi degli ulivi con solfato di ferro e calce, nutrienti e disinfettanti naturali reperibili a costo zero e per questo, ovviamente, accantonati dalle multinazionali. Poi ho ricominciato ad utilizzare la poltiglia bordolese, ovvero una miscela di solfato di rame e grassello di calce con effetti anticrittogamici. Il terreno lo nutro con lo stallatico e con il sovescio di leguminose o di brassicacee. Contro la mosca dell’ulivo irroro della calce oppure della zeolite: in tal modo copro il frutto con una sottile patina che impedisce all’insetto di deporre le uova. Quindi, a differenza della chimica, non uccido l’insetto generando uno squilibrio; mi limito semplicemente a creare un ostacolo alla sua riproduzione“.
Come e quando nasce il caso Xylella?
“Scoppia tutto nell’ottobre 2013, con il primo convegno in cui viene lanciato l’allarme disseccamento. Conoscevo il problema già da diverso tempo e durante il convegno contestai numerosi punti di discussione: feci notare che non erano state fatte analisi molecolari; che non erano stati prodotti test di patogenicità; che, forse, la Xylella fastidiosa aveva caratteristiche endemiche; che le direttive dell’Osservatorio fitosanitario regionale in materia di potature, fossilizzate sulle tecniche di capitozzatura delle piante, erano deleterie per l’ulivo; che i terreni non dovevano essere arati in profondità, perché gli eventuali tagli inferti alle radici rappresentavano fonte di inoculo per i funghi patogeni. Diciamo pure che, da subito, mi sono messo in cattiva luce. Da quel momento gli attori della questione Xylella si sono incrociati più volte con la mia attività e tutti, a vario titolo, fossero essi amministratori pubblici, o politici, o tecnici, hanno provato a dissuadermi prospettandomi scenari irreversibili“.
Da dove nascono le tue perplessità?
“Abbiamo scoperto che nel 2010 ci fu un workshop presso lo I.A.M., l’Istituto Agronomico del Mediterraneo di Bari: l’argomento fu un ipotetico attacco da Xylella e la finalità fu quella di preparare nuovi tecnici per affrontare l’eventuale emergenza. La Xylella, come patogeno, l’abbiamo conosciuto solo nel 2013 e, guarda caso, i tecnici che se ne occuparono da subito furono proprio quelli formati nel 2010. Come associazione, a tal proposito, abbiamo depositato un esposto in Procura. Il decreto regionale del 2013, trasformato poi in decreto ministeriale, aveva individuato un unico laboratorio di analisi accreditato, peraltro privato. Questo affidamento in esclusiva, oltretutto sottodimensionato rispetto alla enorme mole di esami da svolgere, ci impediva di fatto qualunque possibilità di effettuare controanalisi. Nel team incaricato del monitoraggio, paradossalmente, mancava la figura più importante: un batteriologo. Il movimentismo civico, in questi anni, ha avuto numerosi teatri. Il decreto, tra le altre cose, imponeva il divieto di movimentazione degli stralci di potatura. Rispetto a questa restrizione ci fu una grande mobilitazione simbolica e, in occasione della domenica delle Palme del 2015, nella Piazza Sant’Oronzo di Lecce, si riunirono più di diecimila persone. All’evento aderirono anche numerosi artisti e fu un momento di grandissima partecipazione, di presa di coscienza collettiva e un bellissimo un esempio di resistenza civica“.
Ci sono stati molti momenti di tensione. Le cronache raccontano di intere nottate passate in aperta campagna, arrampicati sugli ulivi, in una nervosa partita a scacchi con le forze dell’ordine in tenuta antisommossa incaricate di assicurare l’esecuzione forzosa degli espianti.
“Si, ci sono state numerose circostanze che hanno messo a dura prova la nostra tenuta. Alcuni episodi ci hanno segnato anche emotivamente, come i presidi al fianco dei contadini di Torchiarolo, armati unicamente dei loro trattori. Dopo la sospensione dei Piani Silletti per mano della Procura di Lecce, in presenza comunque di un’azione imperterrita di abbattimenti, ci fu l’occupazione della stazione ferroviaria di San Pietro Vernotico: 44 di noi sono ancora sotto processo per interruzione di pubblico servizio. La nostra fu una iniziativa estrema perché tutto ci appariva segnato e nulla e nessuno riusciva a fermare le eradicazioni. Abbiamo toccato con mano le nuove forme di mafia: quella dei colletti bianchi, quella dei baroni universitari, quella delle lobbies industriali, quella delle associazioni di categoria che gestiscono i fondi comunitari“.
Quali sono i confini geografici della Xylella?
“La fascia di contenimento, larga 20 chilometri e adiacente a quella infetta, nel tempo si è spostata da Lecce in direzione nord-ovest. In alcuni momenti l’essiccamento è avanzato con una velocità inverosimile, facendo salti di oltre 50 chilometri senza intaccare le zone intermedie. Altro fenomeno anomalo è quello che, più volte, ha rilevato la Xylella su alberi sanissimi e non su alberi essiccati. Queste osservazioni sono state formulate anche dagli esperti della Procura. Quando nel 2018 hanno eradicato 450 piante sul versante adriatico lungo il percorso della TAP, le analisi hanno parlato di soli tre alberi affetti da Xylella. Queste circostanze avvalorano la mia tesi: la causa sono i funghi che, essendo sporigeni, si diffondono con il vento, oltre che con gli attrezzi da taglio e con i macchinari agricoli. Successivamente la fascia di contenimento si è spostata a nord di Brindisi. La situazione attuale vede una zona cuscinetto che ormai è arrivata quasi alle porte di Bari. Il punto è che, se cercano la Xylella, la trovano anche altrove, come ad esempio in Toscana, in Corsica o in Spagna. È impensabile che nel mondo commerciale globalizzato la Xylella resti relegata in Costa Rica. Tutte le storielle che ci raccontano non reggono”.
Che ruolo gioca l’informazione?
“L’informazione è sempre stata e resta ancora oggi il nostro grande ostacolo. Quella ufficiale è monopolizzata dagli enti preposti, mentre la nostra informazione usa il tam tam, viaggia sui social, negli incontri e nei convegni divulgativi che riusciamo a organizzare sul territorio. Riguardo questi ultimi, con una recente nota ufficiale, i tecnici del ministero e della regione ci hanno comunicato che non accettano più di confrontarsi pubblicamente con noi, definendoci “negazionisti” e “santoni”. La lotta, evidentemente, era e rimane impari.
Ci sono altre prove a sostegno delle vostre teorie?
“Ci sono numerosi episodi, emblematici, relativi anche a singole piante. C’è stato un caso a Cisternino dove hanno individuato un olivo infetto. La procedura prevede che la pianta venga sradicata e bruciata immediatamente sul posto. L’albero, invece, è stato abbattuto due anni dopo la prima analisi. Era vivo, vegeto. Sono andati a tagliarlo di notte come dei ladri, senza estirpare le radici, e lo hanno lasciato lì, sul posto, senza bruciare nulla. Praticamente hanno fatto fuori il testimone chiave. Un altro caso ha riguardato un albero dichiarato infetto nella zona di Monopoli: la magistratura, però, ha disposto nuove analisi e le risultanze sono state negative. Senza mezzi termini, siamo convinti di avere a che fare con la più grossa frode del terzo millennio“.

A che punto è la ricerca?
“In Italia la ricerca scientifica non è pubblica e quindi non è libera; è finanziata dalle grandi multinazionali dell’agrochimica che, tra l’altro, ospitano nelle loro sedi la quasi totalità dei seminari organizzati dalle varie facoltà di agraria. Noi proseguiamo imperterriti nella nostra attività di sperimentazione sul campo. A tale scopo ho effettuato per la prima volta le analisi del terreno“.
Cosa è emerso?
“I risultati sono stati davvero allarmanti: una sostanza organica al di sotto dell’ 1% a fronte del 4-5% caratteristico della nostra terra sino a 50-60 anni fa; una flora batterica distrutta, incapace quindi di decomporre la sostanza organica e di fornire nutrimento alla pianta; metalli pesanti in quantità al di sopra di ogni limite di legge. Questo è il risultato drammatico della cosiddetta “rivoluzione verde” operata dall’agrochimica. Un terreno del genere ormai svolge solo la funzione meccanica di tenere in piedi la pianta. Questa situazione di profondo disequilibrio consente l’avanzata inesorabile dei funghi patogeni.
Le cronache si sono spesso avvitate sulle avventure della famosa “mosca Sputacchina”.
“I due Piani di intervento predisposti da Giuseppe Silletti, generale del Corpo Forestale e commissario delegato per l’emergenza Xylella, obbligavano gli agricoltori all’utilizzo della chimica per uccidere la Sputacchina, individuata dagli entomologi come il vettore del batterio. La Sputacchina, però, agisce come vettore solo in età adulta, durante la stagione estiva: molti essiccamenti si sono invece verificati in inverno. Inoltre occorre ricordare che la Sputacchina si trova in tutto il bacino del Mediterraneo: che senso aveva ucciderla, peraltro insieme a tutti gli altri insetti? La magistratura, fortunatamente, è intervenuta e ha bloccato i Piani Silletti. Ritengo, purtroppo, che Sputacchina e Xylella siano solo dei cavalli di Troia all’interno di una enorme operazione di marketing. Trovo conferma di questo mio sospetto nell’aumento vertiginoso dei corsi di formazione sull’agricoltura intensiva. Noi, di contro, facciamo una informazione capillare e una opposizione continua. Ovviamente, in una società che vuole tutto e subito, non è facile diffondere certa cultura della lentezza nelle pratiche agricole. Per ripristinare un 1% di sostanza organica nei terreni ci vogliono almeno dieci anni. Occorrono molta pazienza e dedizione se si vuole salvare ciò che rimane del nostro paesaggio e degli ulivi secolari. A molti sfugge un dato: un ulivo che ha centinaia di anni, in alcuni casi millenni, è una pianta talmente resistente che non può certo essere intaccato e distrutto da un semplice batterio. Il vero problema sono i funghi. Inizialmente gli esperti parlarono di CO.DI.R.O, complesso di disseccamento rapidodell’olivo, e proposero l’eradicazione come unica soluzione. Ma il punto morto di questo provvedimento è che un batterio non lo sradichi e tantomeno lo distruggi. Tutto il nostro pianeta è fatto di batteri e funghi: bisogna solo impegnarsi a mantenere una situazione di equilibrio tra suolo e pianta. Purtroppo la politica dissennata nel settore olivicolo si inserisce in un contesto generale molto critico, fatto di continue scelte sbagliate che peggiorano ulteriormente la situazione. Proprio in questi giorni alcuni giovani agricoltori mi hanno fatto notare come ci siano, purtroppo, pochissimi insetti impollinatori: questo è molto grave, è gravissimo”.
Come stanno reagendo i coltivatori?
“È in atto una tremenda speculazione: trasformare la nostra agricoltura rurale in una agricoltura industriale, eliminando dal mercato tutti i piccoli e piccolissimi coltivatori che, in Salento, rappresentano il 60% dei proprietari terrieri. Sino ad oggi tutta la ricerca si è concentrata sul come creare varietà più resistenti, tralasciando del tutto l’impegno a trovare una cura. Dove c’è il disseccamento non si può ripiantare nulla, sulla base di una black list che esclude tutte le piante autoctone mediterranee e consente l’impianto esclusivo di varietà “brevettate”, accompagnate da brevetti e da royalties, che si prestano al superintensivo. Il divieto di reimpianto degli ulivi ha di fatto bloccato l’economia. La terra ha perso sino al 70% del proprio valore e i contadini la abbandonano. Si ripete quanto accaduto già in America latina, un modello di neocapitalismo agricolo in cui pochi producono e molti consumano. Nel caso dell’olio abbiamo un mercato commerciale tossico che offre prodotti anche a 3,50 euro al litro. Per noi è impensabile e improponibile. Dobbiamo puntare tutto sulla qualità e sulla salubrità“.
L’Europa che dice?
“La strategia del terrore infarcita di false informazioni è stata portata anche in sede europea. Alcuni europarlamentaripugliesi, accompagnati dalle associazioni di categoria, hanno provato a spaventare gli altri grandi produttori europei (Francia, Spagna, Portogallo, Grecia) sventolando lo spauracchio dell’infezione da batterio. Proprio a loro, ai nostri principali concorrenti nel comparto olivicolo, hanno chiesto i fondi per attuare il programma di eradicazione. L’Europa, però, non ha dato un solo centesimo, restituendo al mittente la richiesta”.
Qual è lo scenario odierno?
La situazione attuale è drammatica: molti ulivi stanno seccando. Le piante non seccano alla radice, perché l’ulivo è un arbusto e rigermoglia proprio dalla base; gli alberi si potrebbero quindi curare, ma non ci sono le risorse adeguate. L’impegno della politica è quello di cercare e di ottenere risorse unicamente per i reimpianti. E poi, purtroppo, mancano i contadini: non c’è un ricambio generazionale. Pasolini diceva che, quando spariranno contadini e artigiani, morirà la cultura del nostro Paese. La nostra è proprio una battaglia culturale, di civiltà, anche a tutela del paesaggio. Se muore questo paesaggio moriranno tutti i comparti, in primis il turismo. Non c’è futuro senza un gancio con il passato e senza memoria storica“.

Foto Giovanni Greco©tutti i diritti riservati
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