Wynton Kelly: “Kelly Blu” (1959) di Gabriele Peritore

Quando la Riverside di New York propone a Wynton Kelly di incidere un album da Leader lui è già abbastanza conosciuto nell’ambiente. Nel 1959 ne ha già fatta tanta di strada, partito da Detroit, figlio di immigrati giamaicani, mostra prestissimo il suo talento, tanto da essere ingaggiato come sideman da tantissimi musicisti di altissimo livello come Lester Young o Charles Mingus, o ancora Dizzy Gillespie, per citarne soltanto alcuni, e ha già firmato due album di suo pugno. Apprezzato nell’ambiente per il suo swing, ha un senso del ritmo che lo rende eccezionale nel blues e una sensibilità che lo porta ad immedesimarsi con il brano e con il sound del musicista con cui sta interagendo senza mai sopraffare o straripare in assoli non richiesti. Per queste sue qualità lo nota uno dei jazzman più celebri in assoluto di quel periodo e di tutti i tempi, Miles Davis. Lo scrittura dapprima per sostituire un altro leggendario pianista, Bill Evans, in un solo pezzo, Freddy Freeloader, un blues classico inserito nell’album “Kind Of Blue” e poi per sostituirlo definitivamente. Wynton con Miles Davis ha la possibilità di continuare la tradizione Be Bop avviata da Charlie Parker e di conoscere i fenomenali musicisti che porterà nel suo disco: Paul Chamber al contrabbasso e Jimmy Cobb alla batteria. Un trio che si affermerà tantissimo in tutto il decennio successivo, collaborando con musicisti del calibro di Wes Montgomery e scrivendo pagine indelebili del Jazz. Il disco “Kelly Blue” si apre proprio con la titletrack, in cui Wynton, in dieci minuti, sfoga la sua bravura e dispensa tutto il suo talento: il senso del ritmo, il blues, swing e sensibilità melodica e capacità di addentrarsi in assoli ricchi di grappoli di note ognuna con il suo senso astratto e concreto. Come in tutti i dischi Jazz che si rispettino rende omaggio ai suoi predecessori e propone standards in cui si sente perfettamente a suo agio. La sua versione di Green Dolphin Street, colonna sonora dell’omonimo film, lo renderà celebre, tanto che ne registrerà altre versioni, di cui una indimenticabile con John Coltrane al sax. In molti dei brani di “Kelly Blue” si avvale anche della collaborazione di altri musicisti di altissimo livello come Nat Adderley alla cornetta, Bobby Jaspar al flauto, Benny Golson al sax tenore; talmente importanti che ognuno di loro meriterebbe un approfondimento a parte. Wynton può così mostrare le sue grandi qualità nel dirigere il sestetto. Il disco si chiude così come è iniziato con altri due pezzi composti da lui tra cui l’irresistibile Keep It Moving
La sordità totale da un orecchio fin dalla nascita non gli impedisce di esaltare tutte le sue doti in questo bel disco e di fare di “Kelly Blue” un capolavoro del genere, come del resto non gli impedisce di esibirsi egregiamente dal vivo in tutte le sue performances. Wynton ci lascia prematuramente a quaranta anni, nell’aprile del 1971, per un attacco epilettico. Troppo in fretta, con ancora troppe cose da fare; e il suo essere ricordato principalmente come sideman per il gran numero di incisioni come turnista, rispetto a quelle come leader, ne oscura spesso l’importanza storica che invece andrebbe rivalutata, riascoltando di volta in volta, i brani firmati di suo pugno ma anche quelli in cui compare soltanto come accompagnatore, per apprezzare le perle di talento che ha sparso in ogni incisione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.