Wu Ming: “54” (2002) – di Dario Lopez

Wu Ming è un collettivo, transfuga da un precedente progetto ancor più collettivo denominato Luther Blissett, che diede alla luce nel 1999 lo splendido romanzo storico “Q”. Il termine cinese Wu Ming significa “senza nome” ma in realtà, il gruppo di scrittori che sta dietro al nom de plume Wu Ming dei nomi veri e propri li ha (sono tutti anche noti). Si tratta di Roberto Bui (Wu Ming 1), Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2), Luca Di Meo (Wu Ming 3), Federico Guglielmi (Wu Ming 4) e Riccardo Pedrini (Wu Ming 5)… tutti autori di questo “54”  del 2002 e di una serie di altri romanzi, alcuni scritti a dieci mani, altri firmati da singoli componenti di questo talentuoso gruppo. Evitando di soffermarci sulla posizione da anti-divi della letteratura sostenuta dai componenti di Wu-Ming, scrittori dai volti pressoché sconosciuti, concentriamoci invece su una delle loro prime opere, “54”, romanzo che possiamo definire storico seppur ambientato nel corso del secolo scorso, un tempo a noi ancora vicino, proprio in quel 1954 evocato dal titolo. Un romanzo corale, una racconto che unisce in qualche modo le esistenze di personaggi molto diversi tra loro, per indole, provenienza, estrazione sociale, vissuti. Una storia che mescola scenari ed episodi reali, appartenenti alla Storia con la maiuscola, protagonisti di fantasia o solo ispirati a persone realmente esistite ad altri ancora invece noti a chiunque. Nella struttura, in chiave minore volendo, il romanzo potrebbe ricordare il lavoro svolto sulla Storia americana da James Ellroy, qui riportato e omaggiato da Wu Ming in chiave nostrana. Siamo appunto nel 1954, la guerra è terminata da qualche tempo, c’è un paese in via di ricostruzione, alla ricerca di un’identità politica, diviso tra eredi ideologici di quello che era il blocco sovietico, gli ex partigiani, il Partito Comunista e i simpatizzanti del regime fascista, qui meno sotto i riflettori. Un concatenarsi di piccoli e grandi eventi, di imprevisti, di incontri bizzarri e di malaffare che consente al collettivo Wu Ming di presentarci uno spaccato dell’Italia del periodo, una descrizione resa vivida e credibile dalla cultura inattaccabile di questi cinque scrittori. Si trattava per il ritorno di Trieste all’Italia, il blocco sovietico e quello occidentale tiravano per la giacca la zona dei Balcani e il suo leader, il maresciallo Tito, su più fronti ci si adoperava per instaurare una supremazia anche culturale. Era l’epoca del Socialismo da una parte e del Senatore McCarthy dall’altra, la droga iniziava a circolare copiosa, i soldi anche. In questo scenario si muovono personaggi che daranno vita a strane combinazioni e improbabili incastri. Steve Cemento è il guardaspalle di Salvatore Lucania, meglio noto come Lucky Luciano, si trova a Napoli per stare vicino al boss, sente la nostalgia della sua New York, sta pensando a una pensione anticipata. A Bologna il bar Aurora brulica di varia umanità, il vecchio Garibaldi, il battagliero Bottone, sempre pronto (a chiacchiere) a nuclearizzare chiunque non gli vada a genio, se solo avesse la possibilità di premere quel maledetto bottone, il pugliese Walterun, il proprietario Capponi ma… tra tutti spicca suo fratello minore Robespierre, per tutti Pierre, incontrastato re della filuzzi, variante di liscio in voga nelle balere bolognesi. McGuffin è un televisore americano ultimo modello, proprio (e volutamente) come l’omonimo espediente narrativo, contribuisce a sostenere il ritmo della vicenda e incrocerà la strada del delinquentello Salvatore Pagano, destinato a una discreta escalation nel giro di poco tempo. Cary Grant è uno degli uomini più amati dalle donne, sinonimo di eleganza, attore in fase di stanca in procinto di intraprendere la via per una seconda giovinezza. Ettore è un ex partigiano, combattente riciclatosi nel contrabbando; altro guerriero è il padre dei fratelli Capponi, in esilio in Jugoslavia, Angela è la moglie infedele del dottor Montroni, uno dei maggiori esponenti del Partito Comunista in città. Tony è un ciccione sgradevole, nodo cruciale per una french-connection tutta delinquenziale. Criminali, gente anonima, attori famosi, delinquenti di mezza tacca, idealisti, persone oneste, elettrodomestici, combattenti… un miscuglio d’elementi capace di dar vita a un romanzo appassionante, denso di contenuti e allo stesso tempo molto divertente. Wu Ming, già col precedente moniker Luther Blissett, ha dimostrato di essere in grado di imbastire vicende all’apparenza complesse riuscendo a tirarne fuori romanzi allo stesso tempo densi e leggiadri che si lasciano leggere con enorme piacere, grazie a uno stile di scrittura fluido, mai pesante o pedante, pur infarcendo la storia narrata di numerosi spunti di approfondimento. Uno stile narrativo (proprio in relazione con diversi scritti di Wu Ming e non solo) qui da noi definito anche New Italian Epic, che trovo personalmente molto efficace e, gusto personale, a me molto congeniale. Il miscuglio di scenari reali e opera di fantasia qui raggiunge risultati davvero apprezzabili. Per conoscere, per divertirsi e riflettere… a un libro cosa chiedere di più?

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