Woody Allen: “Café society” (2016) – di Dario Lopez

Nessuno sa fare Woody Allen meglio di Woody Allen. Questa potrebbe essere la principale nota stonata di pellicole come Café society, film in cui il regista newyorkese sceglie di prestare la sua opera unicamente dietro la telecamera e non dinnanzi a essa. Scelta inevitabile se l’intenzione programmatica è quella di continuare a raccontare un certo tipo di storie (i più cattivelli direbbero di storia, al singolare) che necessitano di protagonisti giovani, in particolar modo se il regista in questione si avvicina a contare ben ottantuno primavere. In un cinema autoreferenziale e autoriferito come è ormai quello di Allen è quasi scontato trovare un personaggio costruito sulle caratteristiche più care e vicine a Woody:
le origini ebraiche, l’insicurezza che si manifesta nell’inconfondibile dialettica fatta di nevrosi, scatti e battute sagaci e ancora, il rapporto dello stesso con le donne e il suo legame con una delle muse più alleniane di sempre: la cara vecchia New York. In questo personaggio, ormai affidato alle nuove leve del cinema e in questo caso particolare a Jesse Eisenberg, lo spettatore continua a vedere il fantasma di un giovane Woody Allen sovrapporsi ai titanici sforzi che l’attore di turno compie per ricoprire un ruolo che, magari anche inconsciamente, il regista continua a scrivere per se stesso. Fatta questa premessa e stabilito che nell’attuale e futuro percorso del regista probabilmente non troveremo più grandi scarti né grosse sorprese, non ci resta che approcciare senza preconcetti a questo suo ultimo film. Assecondando poi un’altra delle sue passioni (quella per il Cinematografo) Allen ambienta il film sul finire dei 30 a Hollywood, patria delle grandi case di produzione cinematografica.
Il giovane Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg), proveniente da una famiglia ebrea, non volendo lavorare nel negozio del padre, lascia New York alla volta di Hollywood dove spera di trovare un qualche tipo d’impiego presso lo studio di suo zio, il famoso produttore cinematografico Phil Stern (Steve Carell).
Lo zio, al quale l’arrivo del nipote risulta totalmente indifferente se non fastidioso, piazza il ragazzo a fare un po’ di questo e un po’ di quello senza affidargli un vero e proprio incarico e, per farlo ambientare nella nuova città, gli affianca la sua segretaria Vonnie (Kristen Stewart). Il feeling tra i due giovani crescerà poco a poco fino a dar vita a situazioni complicate, intrecci amorosi, triangoli e quadrangoli e quant’altro ancora. Café society è un film profondamente alleniano insomma, con le sue storie d’amore raccontate in tono lieve e divertente, infarcito di quelle scene surreali alle quali il giovane Woody avrebbe dato quel quid in più grazie alla resa magistrale che sullo schermo è stato sempre capace di donare ai suoi dialoghi (comunque anche Eisenberg non se la cava poi male), bellissima in quest’ottica la sequenza con la prostituta Candy (Anna Kamp). A supporto della vicenda una nutrita schiera di coprotagonisti: dai componenti della famiglia di Bobby fino ad arrivare al sottobosco che ruota intorno al mondo dorato di Hollywood. Si fanno apprezzare, oltre a quella del protagonista, le interpretazioni di Kristen Stewart, di Corey Stoll nella parte del fratello malavitoso di Bobby e quella della bellissima Blake Lively.
Se come dicevamo non è forse più lecito aspettarsi grosse sorprese dal cinema di Allen, questa pellicola porta almeno qualche novità estetica al suo cinema, essendo questo il primo film in assoluto che il regista gira in digitale e lo fa avvalendosi alla fotografia dell’arte del nostro Antonio Storaro (tre volte oscar, per Apocalypse now, Reds e L’ultimo imperatore). l’impianto scenico e visivo è sfavillante, fin troppo perfetto, ottima cornice all’interno della quale si muovono i protagonisti. Si può insomma godere di Café society, si può gustarselo e rimanerne soddisfatti a patto di amare la commedia romatica e di costringere la mente a non fare paragoni e a non riportare alla luce ricordi ormai lontani.

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