Woodstock 1969: l’inizio della fine – di Maurizio Garatti

Gli storici affermano che per loro, il tempo è come una lente di ingrandimento: Il suo utilizzo permette di studiare fatti accaduti nel passato, analizzarne ogni aspetto e costruire un quadro d’insieme che racconti a tutti ciò che è stato. Anche se il passato non è così remoto, anche se i fatti presi in esame riguardano un periodo storico nel quale abbiamo vissuto, questo tipo di “analisi” aiuta indubbiamente a chiarirci le idee: all’epoca non avevamo tempo per questo tipo di cose, non ci interessava analizzare e capire i fatti… li stavamo vivendo. Quando mi guardo alle spalle, quando mi prendo una pausa dal frenetico presente e mi soffermo sugli anni passati, c’è sempre un preciso momento storico che sovrasta ogni mio ricordo; in realtà non si tratta di un solo anno, ma di una triade che ha segnato in modo indelebile un secolo, il Novecento, che verrà ricordato come uno dei più significativi nella storia del genere umano. Mi riferisco al 1967, a cui fanno seguito il 1968 e il 1969: in questi anni si racchiude un cambiamento epocale, sia culturale che scientifico. Il 1967 ci porta in dono la conquistata consapevolezza delle nuove generazioni, che finalmente smettono di essere solo estetiche e scendono in strada per far conoscere a tutti non solo la loro esistenza, ma anche le loro urgenze, le loro necessità. Poi arriva il 1968, e i venti di rivolta iniziano a soffiare in ogni luogo, facendo crollare le flebili barriere che le generazioni precedenti, uscite da una guerra mondiale e da anni vissuti con il cuore in gola, avevano faticosamente eretto a difesa del loro nuovo e fortemente voluto stato sociale. Poi… ecco il 1969, l’anno totalizzante, quello che raccoglie tutto ciò che è stato seminato e propone il suo raccolto: ci sono frutti dolcissimi, sparsi qua e là in un vastissimo tappeto spinoso: stiamo parlando di un breve periodo, che fa parte di un secolo che ha visto due guerre mondiali, nel quale l’uomo è passato dalle carrozze a cavalli all’energia atomica… eppure nulla è più plausibile agli occhi degli storici di questo anno che ha racchiuso in sé il succo di intere generazioniPer me, che ne sono stato testimone, rievocare quei giorni è terribilmente affascinante. Sono i giorni della mia giovinezza e, per quanto siano teatro di tragedie terribili, seppur unite a traguardi incredibili, restano sempre dolci, quasi idilliaci. Ma questo è ovvio: tutti amiamo il momento storico nel quale siamo stati veramente giovani. Comunque, quell’anno inizia in modo drammatico: il 16 gennaio, nel pomeriggio, in Piazza San Venceslao, al centro di Praga, Jan Palach si cosparge di benzina e si da fuoco, per protestare contro l’invasione dell’Unione Sovietica che mette fine alla Primavera di Praga. Non è il solo: il 20 dello stesso mese è la volta di Josef Hlavaty, seguito da Jan Zajic il 25 febbraio e da Evzen Plocek il 4 aprile. Sono morti durissime, che evidenziano un periodo così traumatico da lasciar presagire solo cose orrende. Eppure il 1969 è anche l’anno di “Abbey Road” dei Beatles e della Legge 153, mediante la quale l’INPS eroga la Pensione Sociale a chi non ha un sufficiente reddito; ma è anche l’anno della morte di Brian Jones e del successivo Concerto commemorativo degli Stones a Hyde Park. È l’anno del colpo di stato di Gheddafi, e della strage di Bel Air ad opera di Charles Manson e dei suoi adepti… Una serie di eventi epocali, in grado di marchiare indelebilmente un anno. Poi però arriva il 21 luglio, e Neil Armstrong sbarca sulla luna: in quel preciso istante tutti noi abbiamo pensato che nulla di più incredibile potesse accadere. Ancora oggi il solo pensare a quell’evento riesce a stupirmi: non tanto per il fatto, già di per sé incredibile ma, sopratutto, perché tutta l’umanità ha potuto vedere l’impresa in diretta sullo schermo della propria TV. Eravamo ancora attaccati ai monoscopi in bianco e nero, il computer che gestiva la missione aveva una capacità di calcolo di 64 Kilobyte (oggi un semplice smartphone ha centinaia di Giga)… eppure eravamo lì, con Armstrong, a mettere piede sulla luna. Cosa poteva accadere di più eclatante? La domanda ebbe una risposta immediata: Woodstock
Quell’evento cambiò davvero la mia esistenza: la mia e quella di milioni di giovani come me. Quel venerdì, era il 15 di agosto, quando Richie Havens salì su quel palco e intonò High Flyin’ Bird, probabilmente non si rese conto di scrivere la Storia: erano le cinque del pomeriggio, e il mondo stava voltando pagina. Se c’è una cosa che va assolutamente detta a riguardo, è che quando John P. Roberts e Joel Rosenman pubblicarono un annuncio che sostanzialmente diceva: “Uomini giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità, legali, di investimento e proposte di affari”, certo non si aspettavano quello che poi effettivamente successe. A quell’annuncio risposero Michael Lang e Artie Kornfield, che proposero loro di creare uno studio di registrazione nel villaggio di Woodstock, Contea di Ulster, dello Stato di New York. Poi, parlando, le cose cambiarono, e prese corpo l’idea di un grande Festival Musicale capace di attirare almeno 50.000 persone in un luogo ben definito. Dopo un susseguirsi di trattative, si optò per Bethel, nella Contea di Sullivan, tranquilla cittadina rurale situata 69 chilometri a Sud Ovest di Woodstock. Tutto venne pianificato con cura, ma alla fine le persone che arrivarono il quel luogo furono 500.000Woodstock era iniziato. Quello che accadde è ormai storia del costume, non solo della musica: i tre giorni di “Peace, Love & Music”, cambiarono il modo di fare musica e sopratutto, il business che ruotava attorno alla musica. Band che fino ad allora avevano successo solo in determinati paesi, divennero star internazionali: tutti coloro che si alternarono su quel palco, tra l’esibizione iniziale di Havens e quella finale di Hendrix, raccolsero la loro dose di consensi, e i loro dischi iniziarono a vendere. Quando alla fine Jimi sale sul palco è ormai lunedì mattina, e più della metà del pubblico ha ormai abbandonato il Festival per fare ritorno alla routine settimanale: fu proprio Hendrix a chiedere di essere l’ultimo a suonare ma, visto il protrarsi delle singole esibizioni, le note dell’iniziale Message to Love si propagarono nell’aria alle nove del mattino del lunedì. Al pubblico rimasto (circa 200.000 persone) capitò così di assistere alla più lunga esibizione di sempre del “Mancino di Seattle”: per oltre due ore Jimi riempì le orecchie dei presenti con il suo suono irruento e famelico e, quando Hey Joe chiuse definitivamente i giochi, quello che apparve chiaro a tutti fu la certezza di aver fatto parte di un evento straordinario. Le esibizioni dei Grateful Dead, di Santana, di Janis Joplin e Joe Cocker, quelle dei Who e dei CCR, unite a Jefferson Airplane, Johnny Winter, CSN&Y e tutti gli altri, ipotecarono il futuro del Festival, consegnandolo alla leggenda. Tutto ciò che fu scritto, tutto ciò che ancora viene pubblicato, riesce a malapena a far comprendere cosa realmente sia stato Woodstock, cosa davvero sia successo in quei tre giorni: lo spirito di gruppo, la solidarietà, la voglia di essere un tutt’uno dei giovani, fece si che per un breve istante si potesse ancora pensare di avere il potere di cambiare le cose. A distanza di 50 anni sappiamo che non fu così. Se il Festival creò la speranza che il Rock potesse essere Pace & Amore, l’Altamont Free Concert dei Rolling Stones e l’uccisione di Meredith Hunter, avvenuta per mano del servizio d’ordine, ebbero l’effetto di far calare immediatamente il sipario su una breve e splendidamente illusoria parentesi: era il 6 dicembre del 1969. Gli anni sessanta erano agli sgoccioli e quello che ci aspettava era un cielo cupo e nero. Gli anni settanta furono molto diversi: nessuna speranza, solo dura consapevolezza, che per noi italiani iniziò drammaticamente proprio sul finire del 1969. È il 12 dicembre quando una bomba fascista esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, provocando 17 morti e 88 feriti. Muti, inorriditi e silenziosi: questo eravamo in quel finire di anno… tutto quello che avevamo provato, speranze e illusioni, ci venne strappato di mano. Per strada si sparava in quegli anni, si moriva… Ma la musica era sempre lì, era il nostro sottofondo, la nostra bandiera, da sventolare con orgoglio: perché se alle tue orecchie arrivano le note di una chitarra, vuol dire che il mondo non è brutto come sembra e, tutto sommato, vale la pena di continuare a lottare.

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