“Within You, Without You”: l’India e la psichedelia di George Harrison – di Ubaldo Scifo

Non riesco a scrollarmi dalla testa questa musica. Incollata tenacemente con un adesivo  resinoso, acido, dall’odore inebriante, come la voce di George Harrison, tagliente e insieme calda e profonda, come il ronzio prodotto del vibrare delle corde  del Tanpura. “Stavamo parlando dello spazio tra tutti noi /  E le persone che si nascondono dietro un muro di illusioni / senza intravedere mai la verità, fin quando  è troppo tardi, quando se ne vanno…”. Queste parole che mi hanno fermato di fronte ad un mare che ho percepito infinito guardando l’orizzonte dialogare con il blu intenso degradare fino al turchese chiaro e trasparente vicino la costa. Dentro di te, senza di te”Within  You, Without You mi ha stregato, quell’estate del 1967, ascoltando Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (Parlophone EMI) dei Beatles… erano tempi in cui il mio paese era ancora circondato da giardini di agrumi e mandorleti. Noi ragazzini salivamo a raccogliere mandorle verdi sugli alberi, rischiando di essere beccati dal mezzadro che sparava pallottole a sale. Mi chiedo: se una musica ti lascia addosso tracce cosi profonde e corrosive come il sale che brucia le ferite vuol dire che chi l’ha scritta e poi l’ha suonata ha colpito il bersaglio lasciando “dentro di te” le sue sensazioni. Vuol dire che chi ne parla con sufficienza non ha capito niente, non solo di musica ma della vita in generale. La canzone svela la genialità e la profondità d’animo di George che in quel gruppo cominciava a brillare di luce propria. Un messaggio d‘amore e di reciproca comprensione che, credetemi, in quest’epoca di odio, stupidità e presunzione non guasterebbe riascoltare con attenzione. In verità, tutto il disco fu un grande bagliore: i Beatles con le loro luccicanti divise bardate, colorate, la copertina che li ritrae dal centro di un collage di personaggi famosi e le canzoni cosi diverse tra loro eppure imprescindibili da quel vinile. Incastonate tra di loro come pietre preziose di un caleidoscopico puzzle. George aveva conosciuto nel 1966 il sitarista Ravi Shankar che divenne suo amico e maestro di vita molto più che il guru Maharishi, incontrato insieme agli altri Beatles in almeno un paio d’occasioni, rivelatosi in seguito più attento al denaro dei vip che andavano a seguire i suoi insegnamenti e alle belle donne occidentali, che alla Meditazione Trascendentale dei suoi allievi. Per George la musica indiana fu un pretesto per avvicinarsi agli insegnamenti dell’Induismo che catturò rapidamente la sua esistenza, la sua anima e il suo pensiero. Le sue canzoni cominciarono ad avere un tono devozionale, un atteggiamento spirituale rivolto verso il mondo o un carattere introspettivo di ricerca della propria verità. Tutto passando attraverso innumerevoli ed intense esperienze  lisergiche, da cui scaturisce anche Blue Jay Way (dalla soundtrack di “Magical MisteryTour” (Parlophone EMI 1967): “C’è una nebbia su L.A. / E i miei amici hanno perso la strada / Ci sentiamo presto, hanno detto / Ora invece si sono persi / Per favore, non essere lungo, per favore, non essere molto lungo / Per favore, non essere lungo o potrei addormentarmi (…)”Nell’agosto del 1966 viene pubblicato Revolver” (Parlophone), che contiene tre brani di George tra i quali Love You Toregistrato in collaborazione con Anil Bhagwat, suonatore di tabla e di altri strumentisti indiani dell’Asian Music Circle di Londra.Ogni giorno scorre così veloce / Mi volto, è già passato / Non hai tempo per appendere un cartello su di me / Amami finché puoi / Prima che diventi vecchio / Una vita è così breve (…)”La canzone ha una struttura presa in prestito dalla tradizione popolare indiana ed è suonata con strumenti tipici:  tabla, tanpura, sitarswaramandala, in un ambiente sonoro interamente acustico, come succede spesso nella world musicStessa logica compositiva ed esecutiva e un perfetto equilibrio tra la parte cantata e quella strumentale, in Within You, Without Youl’unico brano di Harrison che i  Fab Four inserirono in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, ritenendo inadatta l’altra sua composizione, Only a Northern Songuna polpetta psichedelica, che trova una migliore collocazione nella soundtrack del visionario Yellow Submarine”, film d’animazione di George Dunning del 1968. Il film esce in Italia quindici giorni dopo il celebre “Rooftop Concert” del 30 gennaio 1969, l’ultimo concerto dei Beatles dal vivo. Pochi spettatori (gli addetti ai lavori per registrazione di audio e video e la stampa) sopra il tetto della Apple Corps al n° 3 di Savile Row a Londra, e una folla incuriosita e sorpresa per strada che alzava lo sguardo e tendeva le orecchie per capire cosa stesse succedendo. Un’atmosfera totalmente diversa vissuta dalla marea umana di Woodtsock nei tre giorni dal 15 al 18 agosto del 1969: due modi modi diversi di celebrare la fine del sogno hippie di pace e amore universale. Il  20 aprile del 1970 si scioglievano i Beatles ed ognuno di loro proseguiva la propria carriera da solista e, il  30 novembre 1970 usciva l’album triplo di George Harrison “All Thing Must Pass” (Apple).
“Tutte le cose devono passare / Tutto deve finire / Tutte le cose devono passare / Nessuno dei legami della vita può durare / Così, devo riprendere la mia strada / E affrontare un altro giorno (…)” (da“All Thing Must Pass”).

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2 pensieri riguardo ““Within You, Without You”: l’India e la psichedelia di George Harrison – di Ubaldo Scifo

  • Febbraio 5, 2019 in 8:02 pm
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    Ero piccolissimo, quando i miei fratelli “suonavano” i Beatles sul giradischi. Mi è rimasto tutto in testa: ricordo perfino alcune copertine dei loro 45. Non saprei fare una classifica delle loro canzoni e non saprei affermare con certezza che John e Paul erano i più bravi e gli altri meno…Ognuno di loro aveva delle caratteristiche peculiari. George, forse il più introverso dei quattro, ha contribuito con le sue canzoni a tenere alto il nome del gruppo. Due su tutte: Something e Here comes the sun. Tutte le cose devono passare / Tutto deve finire / Tutte le cose devono passare…purtroppo

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    • Febbraio 19, 2019 in 9:53 am
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      E’ un universo lontano però dentro di noi è ancora,quasi sensorialmente, vicino. I Beatles rappresentano una fetta consistente della colonna sonora di quegli anni, almeno per quelli della mia età.Le canzoni di George, la sua musica sono quelle che mi piacciono di più. Però i Beatles si ricordano insieme. Prendi uno paghi ” fab four”.
      Grazie per il commento.

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