Wire: “Silver/Lead” (2017) – di Massimiliano Manocchia

“Silver/Lead” è caruccio e addirittura godibile: due “qualità” che non vorresti mai sentire in un disco degli Wire (né, se è per questo, di qualsiasi altro gruppo uscito dai boati settantasettini o post-settantasettini). Forse ne abbiamo già sentita troppa di questa roba o forse, banalmente, siamo solo invecchiati; fatto sta che nel 2017 musica di questo genere suona insopportabilmente anacronistica. A dire il vero, nel 2017 tutta la musica pop – dai Rolling Stones a Lady Gaga – suona insopportabilmente anacronistica. Benché ormai ci si sia abituati (quasi sempre “longevità” e “qualità” sono caratteristiche inversamente proporzionali). Dover ammettere che un gruppo come gli Wire, artefice di tre dischi letteralmente seminali (li cito solo per “dovere” di cronaca, ma dovrebbero conoscerli tutti: “Pink Flag”, “Chairs Missing” e “154”) usciti tra il 1977 e il 1979, sia oggi incapace non dico di reinventarsi ma di dare un senso al suo essere ancora in vita, fa male al cuore. È una nuotata a rana in una piscinetta di luoghi comuni, il quindicesimo album di Colin e soci (ancora in formazione originale con l’eccezione del fuoriuscito – era il 2004Bruce Gilbert): sofisticata ombrosità, melmosi tempi medi (con l’eccezione del singolo Short Elevated Period che potrebbe figurare su qualsiasi disco degli Strokes post-“Is This It?”); malinconia cheap, chitarre fuzzy che nei momenti peggiori smerigliano le gonadi con le solite banalità psichedeliche o, nei migliori, rendono goffi omaggi al glam (con i dovuti accorgimenti, Diamonds In Cups potrebbe essere un discreto scarto del peggior Bolan) e su tutto quell’ormai muffosa patina arty che dovrebbe sublimare una sciatteria forsanche ricercata ma che già al primo ascolto risulta, oggi, semplicemente intollerabile nella sua incolore mediocrità. Però, dai, se vogliamo giocare a “salviamo il salvabile”, allora io dico Sonic Lens e vinco facile, perché il resto è da buttare.
Post Scriptum: ammetto di essere stato un tantino cattivello e di aver spalato sul povero Colin più merda di quanta ne meritasse effettivamente. Se l’ho fatto, è solo per amore. Ma vi prego, non raccontatevi che questo è un bel disco “solo perché sono gli Wire: almeno l’amore salvatelo dal cancro del politicamente corretto.

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