Wire al Conservatorio Cimarosa di Avellino – di Pietro Previti

6 ottobre 2018. Ad Avellino, tra il pubblico in attesa fuori dal Conservatorio dedicato a Cimarosa, c’è ancora chi ha un potente ricordo dell’unica data campana dei Wire.  Ricorreva esattamente 15 anni fa, il 7 ottobre 2003 all’ Havana Club di Pozzuoli, locale underground alle porte di Napoli. Quella serata era il primo atto della tournée italiana per promuovere “Send”, album che confermava quanto di buono era stato detto con “The Third Day”, l’ep che aveva segnato il ritorno della band anglosassone dopo quasi un decennio di silenzio. Wire, appunto. In inglese, come sostantivo, significa cavo, filo. Un filo lungo 40 e più anni, anche se più volte interrotto e poi ripreso con entusiasmo e vigore. Specialmente se vi era un nuovo progetto da seguire, qualcos’altro da dire. Sul finire del 1976 quattro ragazzi danno vita ad una delle band più singolari e longeve di sempre. Colin Newman alla voce e chitarra, Bruce Gilbert alla chitarra, Graham Lewis alla voce e basso e Robert “Gotobed” Grey alla batteria. Sono loro i soli musicisti coinvolti nel progetto e fautori della band, la cui proposta musicale verrà inizialmente fraintesa. Vengono inseriti nel filone del nascente movimento Punk, affianco a band seminali quali Sex Pistols e Clash. Il punto è che i Wire sono estremamente originali e sanno suonare davvero. Sono ragazzi del loro tempo, fanno parte del movimento del 1977. “London burnin’”, per intenderci. Soltanto Gilbert è più anziano. Ha già compiuto trent’anni e vanta trascorsi come grafico ed artista visual-audio nell’ambito della musica elettronica. “Pink Flag” è l’album di debutto. L’irruenza ed energia dei quattro viene incanalata in maniera compiuta in brani brevi e violenti, che presentano risvolti talvolta noise o, al limite, sperimentali. Qualcuno conia per loro l’etichetta Punk-Art. Il 1978 è l’anno di “Chairs Missing”, già così avanti da essere definito Post-Punk. In quello successivo esce “154”, long playing in odore di New Wave, con cui termina la prima fase costellata da tre album diversissimi tra loro, eppure bellissimi. A seguire la storia sarà tortuosa, discontinua ma pur sempre talentuosa, vitale. I Wire non cadranno mai nella tentazione di autocelebrarsi, di sopravvivere a  sé stessi solo per lo show-business. Non recitano, sono. Così arrivano, integri, a questa serata avellinese, 41 anni dopo, per celebrare proprio il quarantennale di “Pink Flag”. Una vita fa. Oggi la band è formata ancora da Colin Newman (64 anni), Graham Lewis (65) e Robert Grey (67). Gilbert, come detto il più anziano, è da un bel po’ che si è ritirato. Motivi d’età, altri interessi. Giusto fare spazio al subentrato Matthew Simms, che si occupa degnamente delle parti di tastiere, seconda chitarra e, all’occorrenza, electronics. Cosa faccia andare avanti una banda per tantissimi anni è cosa assai ardua a dirsi. Amicizia, necessità di soldi? Forse. Fatto sta che poche formazioni hanno dimostrato una coerenza e capacità artistiche come quelle dei Wire. Ancora meno poi se legate al periodo Punk. Ricordate la grande truffa del Rock’n’Roll? Sul palco del Conservatorio Newman e compagni partono inaspettatamente freddi, apparentemente quasi svogliati. Arrivano dopo le onde dark-wave dei romani, cupi, The Hand. Un’imprevista interruzione di diversi minuti dovuta all’allarme antincendio non desta panico tra il pubblico, ma proietta ombre cupe sulla durata e qualità del set che verrà, sempre se ripreso. E’ proprio Newman ad interrompere l’esibizione, non tanto impaurito dalle fiamme che non ci sono (probabile che siano proprio gli effetti fumogeni della band ad avere fatto scattare l’allarme) quanto piuttosto urtato dalla disinvoltura degli spettatori noncuranti del segnale di pericolo. Lo spettacolo riprende ed i Wire sembrano questa volta avere lasciato nei camerini stanchezza ed un certo senso di apatia. Colin suona e canta in maniera convinta, assistito dalla solida sezione ritmica di Lewis e Gotobed e dai discreti, sempre calibrati, interventi  di Simms. Per loro gli anni non sembrano passati. Certo meno nervosi e sperimentali del passato, alcuni brani, specialmente il conclusivo, sfociano in inaspettate derive psiche-noise in linea con l’ultimo “Silver/Lead”. Inutile elencare i titoli dei brani. Nella gallery fotografica del concerto troverete la set list della serata. Sappiate, comunque, che avevano ragione tutti quelli che hanno fatto andare sold out il concerto parecchi giorni prima. L’apoteosi finale con una sorprendentemente estesa Two People in a Room, resa in una versione lisergica e grezza, da sola valeva il prezzo del biglietto.

Colin Newman: voce, chitarra. Graham Lewis: voce, basso. 
Robert “Gotobed” Grey: batteria. Matthew Simms: chitarra, electronics.

Foto Pietro Previti©tutti i diritti riservati 
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