Wim Wenders: “Il cielo sopra Berlino” (1987) – di Isabella Dilavello

Berlino, fine anni 80. Il muro è ancora saldo, per quanto si avvicini il suo sgretolarsi materiale (certi muri non crollano mai, anche quando vengono smantellati). Potsdamer Platz, un tempo bellissima, è desolata, abbandonata a se stessa. La piazza degli uomini è un cumulo di immondizie, di resti di vita e di cose, è un cumulo di separazioni. Poco oltre, il lungo muro silenzioso che divide il mondo dei perdenti in due parti contese dai vincitori: grida da un lato con graffiti colorati e dall’altro, con un sospetto grigio, il desiderio e la realtà contrapposti. Lo sguardo degli angeli si posa, osserva, immagazzina ricordi. Non muta il destino degli uomini, respira piano in un orecchio, sfiora una spalla, solleva la disperazione o la solitudine in un attimo di poesia. Il destino degli uomini è quello che gli uomini si scelgono, gli angeli hanno il solo potere di ascolto, hanno il grande potere di essere tutto il tempo e di non contarlo, di essere oltre l’esistenza umana, al di sopra del dolore, con la pietà per il dolore. Ricordano ogni emozione umana senza averla provata. Gli angeli sono, gli uomini credono di divenire. Sì, gli angeli sono e ascoltano i pensieri degli uomini che si accavallano, che si perdono, che tolgono il sonno, che scavano nel senso di colpa o nel sogno di fuga. Un vecchio poeta cieco e una giovane donna che vive di acrobazie si aggirano e resistono in questa Berlino che è la fine e il principio di ogni cosa, dove la guerra è una ferita aperta che pulsa di vita nuova e di carne in cancrena putrescente. Ma non parlerò della ragazza. Lo pensa anche Nick Cave prima di iniziare a cantare From Her to Eternity, note oscure che scavano per sempre, e invece dichiara “stasera vi voglio parlare di una ragazza”. Ed è tutto lì, quello che pensiamo e quello che facciamo, la contraddizione che è il nostro motore quasi sempre. E se parliamo di quello che non volevamo, non resta che trasformarlo in musica, in poesia. Gli angeli comprenderanno, almeno loro. Ma che succede se un angelo rinuncia a una eternità impotente per una eternità diversa, a tempo, attraverso l’amore carnale, umano, vivo, dolorante e imprevisto? L’angelo Bruno Ganz nell’immaginario di Wim Wenders dunque cadeI fall in love to easely è l’accento di tromba che ne farebbe Chet Baker per assicurarsi una vita finita, per non guardare solo dall’alto, ma stare al fianco, dentro alla donna amata, alle persone, all’esistenza, per provare attraverso l’amore l’equilibrio dei funamboli che si sorreggono a vicenda e forse farne poesia di questa esistenza, come fanno i bambini quando sono bambini che guardano ancora il cielo e in qualche modo riescono a vedere almeno le ali degli angeli… e come fanno i poeti cantori di ogni memoria. Questo è “Il cielo sopra Berlino” (Der Himmel über Berlin), miglior regia al Festival di Cannes 1987, un altissimo, e probabilmente eterno, atto d’amore verso il Cinema e verso l’uomo, un film che nasce da un sentimento più che da una sceneggiatura, dai testi poetici di Peter Handke (avrebbe dovuto scrivere con Wenders tutto il film, ma ha “solo” costellato della sua presenza e di alcuni versi il percorso), dal pensiero e dai corpi degli attori e dalle strade di Berlino: un moto necessario dopo tanto vagare tra gli uomini e la Città.  Bruno Ganz è l’angelo che si fa uomo, un angelo dallo sguardo così terreno che pareva inevitabile il suo destino, come chi all’improvviso ricorda di aver conosciuto l’angoscia, la paura e l’amore e non può fare a meno di cadere nel desiderio di provarlo ancora e supporre invece di sapere tutto.
Cassiel: Alla fermata Zoo del metrò, un impiegato,
invece di dire il nome della stazione, improvvisamente ha gridato: “Terra del Fuoco”
.

Damiel: Bello.
Cassiel: Sulle colline, un vecchio leggeva l’Odissea a un bambino,
e il piccolo uditore smise di socchiudere gli occhi. E tu cos’hai da raccontare?

Damiel: Una passante, che sotto la pioggia chiuse di colpo l’ombrello, lasciandosi bagnare tutta. Ah, ecco: uno scolaro, che descriveva al suo maestro come una felce nasce dalla terra. Ha fatto stupire il maestro. Una cieca, che quando si accorse di me si mise a tastare l’orologio.
Sì, è magnifico vivere di solo spirito e giorno dopo giorno testimoniare alla gente, per l’eternità, soltanto ciò che è spirituale. Ma a volte la mia eterna esistenza spirituale mi pesa, e allora non vorrei più fluttuare così in eterno, vorrei sentire un peso dentro di me, che mi levi questa infinitezza, legandomi in qualche modo alla terra. A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire:
“ora”, “ora” e “ora”. E non più: “da sempre”, “in eterno”.
Per esempio, non so: sedersi al tavolo da gioco ed essere salutato, anche solo con un cenno.
Ogni volta che noi abbiamo fatto qualcosa, era solo per finta
.

Cast: Bruno Ganz: Damiel. Solveig Dommartin: Marion. Otto Sander: Cassiel.
Curt Bois: Homer, il poeta anziano. Peter Falk: se stesso.

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