Willie Nelson: “God’s Problem Child” (2017) – di Claudio Trezzani

A 84 anni anche un musicista qualunque con una carriera normale, potrebbe fare qualsiasi cosa e non sarebbe criticato; potrebbe ritirarsi, riproporre le stesse canzoni all’infinito o pubblicare greatest hits. Sarebbe plausibile per tutti, figuriamoci per una leggenda vivente della musica americana. Invece Willie Nelson non ne vuole proprio sapere di accontentarsi o abbassare la qualità delle sue pubblicazioni, sempre ovviamente di inediti. Ormai ogni uscita è acclamata da critica e fans, anche quando, come nel caso del suo album del 2016, dove il Nostro si è cimentato con le canzoni di George Gerswhin, stupisce con scelte non banali. In “God’s Problem Child”, suo ultimo lavoro, Willie Nelson torna invece sui sentieri che ha battuto per quasi tutta la sua lunghissima carriera: il country d’autore. Ultimo o quasi di una specie in via d’estinzione (gli Outlaws) il buon Willie scherza con ironia sulla sua ormai ennesima presunta morte, diffusa via internet, nella bella Still Not Dead. “I run up and down the road making music as I go”Fa scendere qualche lacrima ai più nostalgici nella ballata Old Timer, ricordando i tempi che furono, ma non risulta mai banale o retorico anzi, suona sempre credibile e la sua voce con gli anni è diventata quella di un narratore con la faccia da cowboy al crepuscolo. Emozionante. Fra canzoni “confessione” (I Mad a Mistake) e dediche alla politica americana (Delete and Fast Forward) il Nostro confeziona l’ennesimo disco quasi perfetto, anzi conferma che la qualità dei suoi lavori è inversamente proporzionale al tempo rimasto nella sua clessidra, che gli auguriamo sia ancora bella piena. Piccoli gioielli che spiccano per intensità sono la title track, un blues sentito e triste (che vede la partecipazione di Tony Joe White, Jamey Johnson ed è, soprattutto, una delle ultime session del grandissimo Leon Russell) e la finale He Won’t Ever Be Gone, una toccante dedica all’amico di sempre, Merle Haggard, scomparso lo scorso anno, nella quale Willie non si capacita della perdita: “He Won’t Ever Be gone / His songs live on”. La sua musica è una magia che si è sempre distaccata dalla Nashville tutti luci e finti talenti, una magia che è ancora viva; con semplicità e onestà la mette in ogni lavoro che fa. Un cowboy nostalgico che canta ancora in sella al suo cavallo, con la chitarra bucata e la lunga chioma al vento. Che Dio lo preservi ancora a lungo lucido e con questa voglia malinconica.

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