William S. Burroughs: dal Beat al Punk – di Vincenzo Corrado

Sono passati vent’anni da quando William Burroughs ha tirato le cuoia, da quella bollente estate del 1997. Il ragazzo selvaggio dall’aria cortese che divenne il faro Beat, con aria mistica e contemplativa, da cui tutti potevano imparare qualcosa. In “On the road” Kerouac lo presentò come “Old Bull Lee”: quel vecchio saggio scrittore visionario, ammirato per la sua genialità, che impegnava il suo tempo ad insegnare. Una guida e un maestro di vita in tutti i campi. Talvolta anche di malavita, come quando uccise la moglie Joan Vollmerin un folle gioco tossico che li aveva tenuti fin lì uniti; o quando il loro caro amico Lucien Carr, ai tempi della Columbia University, decise di porre fine alle avances isteriche del suo amante psicopatico David Kammerer, facendolo fuori. Burroughs e Kerouac furono arrestati come testimoni ed in parte complici e da questa tragica esperienza ne uscì fuori il libro “E gli ippopotami si lessarono nelle loro vasche” che scrissero a quattro mani. Un Beatnik singolare. Almeno rispetto ai ritratti degli altri fautori del movimento, Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Corso: sarà Burroughs, infatti, ad esplorare i luminosi orizzonti della mente, del corpo, del linguaggio, lasciando agli altri beats i ruoli guida dei movimenti di protesta, di attivismo politico, buddismo, ambientalismo, diritti civili; a questo il vecchio Bull Lee preferisce l’anarchia, il caos, impiccagioni con eiaculazioni, la droga e l’omosessualità tormentosa, il controllo, i virus, il tutto enfatizzato dal suo cut-up portato all’estremo. Privo di molte di quelle pulsioni che ardevano nell’America beat. Il che farebbe sospettare una certa distanza dal più significativo spirito del beat, che urlando al mondo le malefatte di questa società consumistica e tecnologica, ponendo l’accento su una più grande libertà personale, ha fatto esplodere i movimenti hippies degli anni Sessanta. Per sua stessa ammissione, li frequentava, ma artisticamente erano diversi”. A legarli era il concetto di apertura ed espansione della coscienza, anche se Burroughs non credeva alla non violenza e sosteneva che “le persone al potere non si auto-depongono; nessuno manda fiori ai poliziotti se non tirandoli da una finestra e dentro un vaso”. Distanza che, tuttavia, non gli impedirà di innalzarsi a taumaturgo in mezzo a quel folto mucchio di giovani ribelli, al quale resterà legato in un qualche modo fino alla fine. La lunga e snella ombra di William Burroughs si getta poi con impeto negli anni Settanta del punk fino agli anni Novanta (del grunge). In questo lungo arco temporale, sono davvero pochi i gruppi, punk e new wave, che non hanno alla loro radice più profonda, la diffusione spasmodica del virus burroughsiano”, usufruendo del suo patrimonio culturale pressoché indefinibile: Sonic Youth, Grateful Dead, Germs, Talking Heads, Soft Machine, Insect Trust, Dead Fingers Talk, passando a gente del calibro di Lou Reed, Laurie Anderson, Iggy Pop (che si era ispirato a questo vecchio dagli occhi di ghiaccio per scrivere il testo della sua Lust for life), Frank Zappa, David Bowie (che svelò di aver usato a più riprese la tecnica del cut-up nei suoi testi, come in Diamond Dogs), i Duran Duran (che intitolarono una loro canzone The Wild Boys, come l’omonimo e profetico libro di Burroughs); e ancora, i Rem, gli U-2, Patti Smith, Kurt Cobain, i Black Sabbath persino. Questi ultimi, in effetti, associano una demonologia molto vicina a quella di Burroughs, raffigurante le forze che minacciano l’incolumità del pianeta, come divinità malvagie, provenienti dall’esterno. Tutta questa gente ammirava le analogie dello scrittore con il loro mondo: maledetto e anticonvenzionale, condividevano il distorto sapore della droga, come l’eroina che, in ambedue i mondi era sinonimo di un’oscurità arrogante ma, probabilmente, allo stesso tempo liberatoria; le intricanti sperimentazioni sul linguaggio, la deriva allucinata dei suoni, le libere associazioni di rumore e delirio personale, la sessualità aliena, le dissonanze musicali che riflettevano il cut-up dello scrittore. Burroughs era idealizzato quasi come la rappresentazione in persona dell’ideologia del punk – non solo per la depravazione, la perversione sessuale, la diabolica tossicodipendenza e la violenza che contrassegnavano le sue prose – ma anche perché aveva stregato e spronato almeno un paio di generazioni di artisti ad inoltrarsi nelle zone proibite della manifestazione e libertà artistica, nonché della controcultura; diventando, di fatto, il padre-prototipo del punk dei Seventies. Aveva la fama di una rock star: venivano scritte canzoni su di lui, rilasciava interviste per e imperversava sulle riviste e, come se non bastasse, si attribuisce a lui l’uso del termine “heavy metal”, nel romanzo “The Soft Machine”, prima ancora che il fenomeno esplodesse. Pare che l’etichetta di padre del punk (oltre che del beat) lo perseguiterà fino a quel ribollente 2 Agosto di vent’anni fa, quando Burroughs scoprì il modo di lasciare definitivamente quel vecchio corpo ammuffito. Ma gli strascichi dell’eco burroughsiano continuano a stridere nell’aria, ancora, ininterrottamente.

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