William Nicholson: “Le cose che non ti ho detto” (2019) – di Maurizio Fierro

Quando commetti un errore su Wikipedia riguardo un argomento, basta cliccare su annulla, è semplice, no?” dice Edward a sua moglie, in uno dei rari momenti in cui negli occhi dell’uomo si accende un baluginio di vitalità. Già: si clicca su annulla e una storia viene cancellata. Ma un matrimonio non è una pagina che compare sul personal computer e la vita non è Wikipedia. Eppure. Sono sposati da quasi trent’anni Edward e Grace ma ora lui, mite professore di storia appassionato di guerre napoleoniche, vuole porre fine al loro matrimonio. Nella sua vita è comparsa Angela e d’un tratto la felicità ha bussato alla porta del suo cuore, aprendo una crepa nel muro di giorni tutti uguali e incuneando il caos nella soporifera vita di una coppia preoccupata di spostare le parole fine al di là di ogni giorno vissuto col torpore dell’abitudine. Dopo tutti gli anni trascorsi con la moglie, si è accorto di aver sbagliato, Edward; lei voleva un altro Edward e lui non potrà mai esserlo. Ma come ha detto Philip Roth, chi sbaglia è vivo, e lui finalmente ora si sente vivo, dopo chissà quanto tempo. E felice. La felicità. Una parola pronunciata come un mantra nel corso dei cento minuti di proiezione di “Le cose che non ti ho detto” (Hope Gap 2019) di William Nicholson.
Noi siamo felici?” si chiede Grace a Edward. “Tu sei felice?” domanda poi a suo figlio Jamie. “Un figlio non si chiede mai se sua madre è felice” riflette lui. Già: Jamie. Perché poi è attraverso il suo sguardo che il regista ci restituisce la storia di una coppia in cui si è consumata l’originaria luce della passione, ormai ridotta a un fioco lucore. Uno sguardo che fa un passo indietro nel tempo – il tempo dell’infanzia e della felicità familiare – e uno avanti nella comprensione, non parteggiando per l’uno o per l’altro ma limitandosi ad ascoltare le ragioni di un padre innamorato – “Mamma, è innamorato” quasi urla a un certo punto Jamie – e ad accompagnare la madre nel suo doloroso percorso di elaborazione del lutto. Perché di un lutto si tratta. “Il matrimonio non sanguina, ma è sempre un omicidio” sentenzia Grace, e a questa frase fa da contrappunto le parole sibilate da Angela: “All’inizio c’erano tre persone infelici, ora ne è rimasta soltanto una”. Eccolo, l’egoismo. Anche la crudeltà. Come quando l’esercito di Napoleone lasciava i soldati feriti a morire congelati durante la ritirata, come insegna Edward ai suoi alunni. Sì, ne rimane soltanto una. Quella che riflette sul perché di una fine, sul senso di una relazione, sul senso di una vita, in definitiva.
Ma nessuno è morto quando qualcuno ti pensa, ti evoca, come fa Grace quando crede di vedere Edward seduto alla sua scrivania, o intento a prepararle il tè. Ma il tempo non può cristallizzarsi, il tempo scorre. “C’è una prossima vita?” si chiede Grace. “È innamorarsi la prossima vita?” sembra domandarsi e domandarci il regista. Chissà. Forse è sufficiente il balsamo del tempo, quello che lenisce ogni male del cuore. E magari la compagnia di un cane affettuoso, chiamato beffardamente col nome dell’ormai ex marito, Edward. Allora anche la raccolta delle poesie divise per argomento e trasformata da Jamie in un sito internet diventa un’opportunità per tornare a sorridere alla vita. Con quel titolo regalato all’antologia: “Sono già stato qui”, preso da una poesia di Dante Gabriel Rossetti. Perché qualcuno ha già provato quello che stai provando tu, e “Se vai avanti e la sopporti, l’infelicità, allora so che ce l’hai fatta, e anch’io saprò che ce la si può fare“, come dice Jamie a sua madre, in una delle scene più coinvolgenti del film. Perché coinvolge, “Le cose che non ti ho detto”, opera prima di William Nicholson (già sceneggiatore da Oscar per “Il Gladiatore” e “Viaggio in Inghilterra”), tratta dal suo script teatrale “La ritirata da Mosca”, in riferimento al drammatico retrocedere delle truppe napoleoniche dalla Russia.
Annette Bening
è perfetta nell’interpretare una donna ancorata a una salda fede religiosa e anche per questo risoluta a recuperare dalle pieghe del tempo la scintilla che potrebbe salvare quello che resta di un matrimonio ridotto ormai a simulacro; Bill Nighy lo è altrettanto nei panni di un uomo mite che, d’un tratto, scopre dentro di sé quella risolutezza che per anni è rimasta sopita in qualche angolo della sua anima, riconoscendo al grigiore degli anni trascorsi con Grace il tono che merita e scorgendo finalmente uno squarcio di azzurro nell’orizzonte dei suoi eventi. Josh O’Connor, infine. Perché è lui, il figlio Jamie, a donare l’equilibrio necessario al film e, in definitiva, a quell’amata coppia di genitori che lo ha accompagnato nel percorso di vita. Lui, Jamie, che con la sua opus da piccolo alchimista trova il punto di equilibrio fra amore e dolore, riuscendo a colmare il divario di speranza del titolo originale (“Hope Gap”), e trovando nella sua sensibilità la panacea per comprendere l’uno e per alleviare l’altro.

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