William Basinski: ”A Shadow in time” dedicato alla memoria di David Bowie – di Pietro Previti

Napoli, Chiesa di San Potito, 22 Novembre 2017 – Annunciato come serata unica ed imperdibile, l’esibizione di William Basinski ha confermato tutte le attese degli organizzatori e del folto pubblico che ha risposto con un prevedibile sold-out già in prevendita. L’evento, proposto da La Digestion, Wakeupandream e Riot studio, ha inoltre rappresentato l’anteprima della seconda edizione del festival La Digestion -musica ascoltata raramente, il cui programma ha preso avvio pochi giorni dopo con il concerto del musicista svizzero Francisco Meirino presso la Chiesa di San Giuseppe alle Scalze. Chiusa dai tempi del terremoto del 1980, praticamente sconosciuta a tutti i presenti, la Chiesa di San Potito per rinascere ha dovuto attendere l’artista americano, che si è presentato sull’altare – ove erano collocati due registratori a bobine e pochi altri aggeggi elettronici – vestito come una decadente e stagionata rockstar glam. Basinski indossa una maglietta di Ziggy Stardust sotto una giacca di paillets, porta lunghi capelli ossigenati ed un paio di ray-ban da sole per nascondersi da sguardi indiscreti. L’ormai sessantenne compositore e musicista texano è arrivato tardi alla notorietà ed al successo, malgrado il suo percorso artistico sia cominciato ad appena ventun anni, sul finire degli anni Settanta, con “A Red Score in Tile”. Lavoro rimasto inedito, come altri successivi, per tanti anni. Pur essendogli riconosciuto un ruolo di primissimo piano nella musica elettronica e minimale, indubbiamente inspirato da Terry Riley ed ancor più da Steve Reich, oltre che dalla stessa ambient di Brian Eno, William Basinski curiosamente ha avuto l’opportunità di pubblicare i primi album relativamente tardi, all’alba del nuovo secolo, essendo stato costretto a lasciare nel cassetto per troppo tempo le proprie composizioni. Questa circostanza impostagli dall’esterno, anziché deprimerlo, l’ha portato ad industriarsi in una modalità di creazione dei suoni del tutto originale. Partendo dall’esposizione in loop di sezioni di suono e rumori campionati, ha dovuto fare i conti con il deterioramento dei nastri che contenevano le sue registrazioni, via via rovinatisi con il passare degli anni. Questa tecnica, indubbiamente affascinante ma in parte casuale, l’ha portato successivamente a sviluppare una ricerca del tutto innovativa e personale, in cui il progressivo e materiale disfacimento delle stesse registrazioni rappresenta non più il vulnus dell’opera ma il suo fulcro creativo. Da qui il suo lavoro più celebrato e sperimentale, “The Disintegration Loops” uscito nel 2002 in lussuoso cofanetto contenente quattro cd, finalmente arrivato in questa veste dopo essere circolato inizialmente nel più economico e carbonaro formato cd-r. Per la prima volta a Napoli ed in Sud ItaliaBasinski si è imbarcato nel suo primo tour mondiale appena una manciata di anni fa, toccando prima l’Europa (2012) ed in seguito il Nord America (2013). Nel set napoletano, durato all’incirca un’ora, William ha riproposto le sue due ultime composizioni contenute nell’album “A Shadow in Time”, pubblicato a gennaio 2017. In questo lavoro la perdita fisica dei nastri si sovrappone alla scomparsa corporea di due suoi amici, cui la serata è dedicata. Il primo brano è per David Bowie, di cui viene recuperato il nome all’anagrafe, scomparso esattamente nel gennaio dell’anno precedente. For David Robert Jones è un’elegia per l’amico assente di cui riecheggia una voce, o forse un accenno di sax, ripetuto per interminabili volte con micro variazioni tonali, apparentemente  impercettibili. Brano che appare formalmente claustrofobico ed involuto ma che, con il passare dei minuti, riesce ad assuefare gli spettatori, il cui silenzio e la cui attenzione sembrano provenire da un’unica fonte di respiro, da un unico battito cardiaco. Anche “A Shadow in Time” ne è una testimonianza. Della vita che fugge via e dello scorrere del tempo, pur nella sua immutabilità. E’ struggente ricordo di un amico sofferente, anch’egli artista, che ha deciso di recidere prematuramente la sua esperienza terrena. Pezzo profondamente diverso dal precedente, più vario e strutturato grazie a cicli di suono maggiormente ariosi, che rimandano ad atmosfere e suggestioni in chiave kraut rock. Il concerto termina, gli ambienti sacri sono ancora invasi da fasci di luci color porpora e blu, mentre i dipinti di Luca Giordano, in penombra, sembrano acquisire nuova vita. O forse, semplicemente, hanno gradito. Qualche spettatore si avvicina all’altare; tra questi c’è chi resta stupito su come sia possibile tirar fuori tanta meraviglia da una semplice ed antiquata strumentazione. La liturgia ha avuto luogo. Le elegie minimaliste di Basinski hanno sortito l’effetto sperato. Chissà se David Jones e l’amico di William se l’aspettavano?.

Foto e articolo di Pietro Previti © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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