“Will Shakespeare, la tua volontà”: Intervista con Cinzia Pagliara – di Gabriele Peritore

La manifestazione romana “Più Libri Più Liberi” dedicata alla piccola e media editoria, giunta ormai alla sedicesima edizione e conclusasi il dieci dicembre scorso, offre sempre l’opportunità di scoprire autori poco conosciuti o alla prima pubblicazione, seppur di notevole qualità. Così è successo anche quest’anno. Allo stand delle Edizioni Haiku abbiamo intercettato il libro “Will Shakespeare, la tua volontà” della nostra collega (redattrice di Magazzini Inesistenti) Cinzia Pagliara. Uno scritto intenso e sintetico, in cui l’autrice, grazie a un flusso di coscienza e a un monologo interiore che si presta all’intonazione polifonica, alla traduzione teatrale ma, anche, alla poesia, racconta di se stessa e del suo passato, attraverso le parole del bardo inglese William Shakespeare. L’intero libro ha un andamento poetico, infatti, e non poteva essere altrimenti, vista l’immedesimazione totale con personaggi del dramma shakespeariano come Ofelia, Giulietta, Desdemona ed Emilia. Un universo di parole che delinea la vita dell’autrice in un intreccio lessicale con la vita delle protagoniste dei drammi, gettando nuova luce sulla loro psicologia di personaggi/persone. Attraverso il passato dell’autrice si ricostruisce anche quello dell’universo femminile ideato dal genio del misterioso scrittore inglese. Una vita complessa nella sua semplicità, fatta di sismi emozionali, come quella di un’eroina tragica che, grazie al potere terapeutico delle parole, può anche intravedere il miraggio della guarigione. Ad impreziosire il volumetto c’è la traduzione, sempre curata da Cinzia, di una bellissima poesia “Shall I Die?” di cui non si conosce l’autore ma che gli ultimi studi vogliono che sia attribuita al nostro ShakespeareAbbiamo avuto modo di incontrare Cinzia Pagliara per farci raccontare qualcosa in più del suo libro e per addentrarci nei particolari più intimi della sua scrittura.
Ciao Cinzia, il tuo testo è una dichiarazione d’amore incondizionato per William Shakespeare e, proprio da lui vorrei partire per farti la prima domanda. Di lui si sa tutto e non si sa niente, sono infinite le teorie intorno alla sua figura, come è sterminata la sua letteratura. C’è un passaggio del libro in cui parli del momento in cui è scattato l’amore verso il suo modo di scrivere e mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa di più. Ti ricordi il momento preciso in cui ti sei invaghita di lui? E perché proprio lui, visto che tu sei nata a Roma ma sei siciliana d’adozione, e quindi avresti potuto imbatterti prima in Giovanni Verga, con la sua “Capinera”, e soprattutto in Luigi Pirandello?
Ricordo perfettamente il mio “incontro” con Shakespeare: avevo quattordici anni e mi innamorai di Amleto e della sua risposta “parole, parole, parole” alla domanda di Polonio. Parole: quello che andavo cercando. Pirandello è arrivato dopo, al liceo. Ma William è rimasto il mio amore. Certo, ho letto e leggo tanto, e mi piacciono tanti scrittori, con un debole per chi ha sempre un quid di poesia, nell’uso degli aggettivi, soprattutto. Ho un debole per gli aggettivi. Ne userei in quantità industriale…
Anche io amo Shakespeare, o quello che penso sia lui, per la sua capacità di strutturare in maniera estremamente elegante frasi, in cui riesce a congiungere espressioni forbite e aggettivi, appunto, dal significato opposto. Adoro, infatti, il personaggio di Mercuzio e non ti nascondo che sono affascinato da Iago e dalla sua sottilissima malvagità. Tu fai proprio un elogio della parola e ti avvicini sensibilmente alla qualità espressiva di Shakespeare. Un tessuto epidermico per il corpo e una trama di sinapsi neuronali per la mente… Cos’è per te la parola?
La parola è la ricchezza maggiore che si possa avere. È un’arma che può uccidere, e una medicina che può salvare. È strabiliante, portentosa, implacabile, paziente.. (eccola, la mia dipendenza dagli aggettivi). Preziosa. E ormai in via di estinzione, perché si scrive (e si parla) secondo schemi… ma la parola è libera, altrimenti, poco alla volta, perde il suo senso. Credo che oggi si sentano molto tristi, le parole.
Ti riferisci forse a questa modalità espressiva odierna in un universo di comunicazione globale e multimediale che può comunicare tutto e invece non comunica niente?
Sì. Un lessico molto povero, sempre più ristretto, ripetitivo. Sono sparite le sfumature. Tutto è omologato: le storie, i personaggi, i dialoghi. Mancano quelli che io chiamo i “Benedetti” (cioè detti bene). Quelli che fanno scordare il tempo. Quelli che fanno sorridere. In inglese si dice “witty”.
Trovo che sia… “witty” la tua immedesimazione con i personaggi femminili di cui riesci a tracciare un profilo psicologico parallelo al tuo, come se avessero anche loro un passato, un presente e un futuro. Parli della follia di Ofelia, della purezza seduttiva di Giulietta; scopri personaggi poco studiati come Emilia e soprattutto mi piacerebbe che ti soffermassi un po’ di più su Desdemona per parlare dell’affermazione dell’identità femminile e del femminicidio in questo periodo storico… a te la parola.
I personaggi femminili sono attuali eppure atemporali, mi piacciono per questo. Vivono ancora oggi, ma sono “altro” dalla normalità. Giulietta con la sua seduzione mentale, Ofelia con la sua purezza che lascia senza fiato, “usata” da tutti gli uomini della sua vita per i loro contorti interessi eppure incapace di “non amare”. Chiede amore nella sua follia: “ecco del rosmarino, questo per il ricordo…” e le sue parole non mi sembrano folli. Sono amore puro. Desdemona è la prima vittima di femminicidio che io ricordi, moderna anche lei, nel suo accettare un amore patologico e giustificando il “possesso” che non è mai amore. Come oggi, come ogni giorno nella incessante guerra dei femminicidi. In questo la donna non è riuscita ad emanciparsi, imbrigliata in sensi di colpa e del dovere che la portano sempre sul bordo del baratro. Sono vive, le donne di Shakespeare. Dopo cinquecento anni. Straordinario. Emilia è stata una “scoperta”, è la donna che si emancipa dal suo ruolo di sottomissione e davanti al cadavere di Desdemona pronuncia parole di accusa e di riscatto, consapevole di consegnarsi nelle mani dell’assassino, il più perfido personaggio che Will abbia creato: Iago. Mi sembra di sentirla urlare ancora oggi “ni una mas”, nelle piazze affollate e colorate di rosso delle manifestazioni.
Ecco Iago che torna… lui è molto bravo con le parole… che sono il marchio di fabbrica anche del nostro Poeta… tu, ad esempio, ti sei innamorata del termine “Deliquio” e, soprattutto, del poliedrico “Will” nelle sue varie sfumature. Perché, per un lungo periodo della tua vita, hai dovuto affrontare seri problemi di salute, come la depressione e l’epilessia del tuo figlio più piccolo… ma hai trovato anche un valore terapeutico sempre nelle parole. Ti va di dirci qualcosa in più?
Io so che le parole sono “curandere” come dice Clarissa Pinkola Estès in “Donne che corrono con i lupi”. Scavano, portano in superficie, e poi ricoprono, nascondono, proteggono. Qualche anno fa sono stata male, non vedevo più i colori, non vedevo un poi. Capita. Per i motivi più vari. È come cadere e non sapere più come rialzarsi. È allora, invece che scrivere solo per me, ho deciso di raccontare la mia fragilità, il mio senso di inadeguatezza e di colpa, il mio tempo-non-tempo-fuori dal tempo… e Shakespeare mi ha regalato il termine Deliquio, che è pura poesia. Anche una malattia può essere poesia. Non è stato facile, scrivevo e stavo male, rileggevo piangendo. Ma le parole curano, davvero… e sono tornati i colori, ed è tornato il “poi”.
Vorrei che parlassi ai lettori di Magazzini Inesistenti, rivista alla quale collaboriamo entrambi (il direttore mi ha anche ripreso sostenendo che siamo parte imprescindibile della sezione letteraria… sarà matto), di questa meravigliosa poesia che hai tradotto…
“Shall I die?” è una poesia che parla di amore e di bellezza. Niente di nuovo, l’amore è il tema più ricorrente in poesia: il desiderio, il piacere, l’attesa. Mi ha attratto per questo: per parlare di amore, cercando rime e ritmi, cosa insolita per me. Non posso né voglio provare che questo apocrifo sia di Shakespeare, mi piace crederlo: si conclude con versi in cui si trova la parola “will” , il legame tra me è William. Credere nell’amore, dargli una possibilità, questo è il senso che ho letto. E l’ho tradotto in versi. Io amo l’amore, quello che scavalca i muri e non teme ferite.
Sono felice di avere avuto la possibilità d leggere “Will Shakespeare, la tua volontà”, e di poterne parlare con te. In ultimo vorrei chiederti cosa speri che il tuo libro riesca a comunicare ai tuoi lettori… Che percorso ti piacerebbe che facesse?
Vorrei che il lettore (ri)scoprisse il valore emozionale delle parole, e il gusto per le sfumature impercettibili che tutte le vite hanno, e che passano inosservate, confuse nella massificazione generale. Vorrei riuscire ad emozionare, come Will ha fatto con me ma, soprattutto, vorrei che il lettore trovasse will, volontà ( questo il senso del titolo), per non lasciarsi andare mai, per continuare a cercare come Giulietta, e come me, parole che abbiano un “poi”. Un sogno? Arrivare nelle scuole: come parola, e come verso. Io e William insieme: what else?
Grazie Cinzia per questa intensa chiacchierata.
Grazie a te Gabriele… è stato molto bello e stimolante rispondere alle tue domande. Grazie a Magazzini Inesistenti, ai miei “colleghi di parole” e a Benito (Mascitti, il direttore della rivista per la quale stiamo scrivendo), che mi spinge a scrivere, nei momenti in cui il “silenzio” si allunga troppo.

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