White Reaper: “The World’s Best American Band” (2017) – di Giovanni Capponcelli

Della serie We’re an American band (dicevano i Grand Funk )… umili quanto il Panucci di Sacchi/Crozza, i White Reaper ci bombardano la radio FM con un tomahawk di cartapesta con il muso di una maiale disegnato a rossetto sulla lama. AC/DC in una miniatura power-pop con refrain da Ramones finiti per sbaglio nel settore AOR dell’outlet all’autogrill. O Guns N’ Roses in versione gita di terza media. Una volta si sarebbe detto Rock and roll party, (Iggy Pop, questa volta) quel genere di cose che metti su alle feste per fare muovere il culo dal divano alle ragazzine restie; le Centerfold, le Any Way You Want It, mezzo catalogo dei REO Speedwagon da “Nine Lives” in poi, Knack e Huey Lewis & The News, per finire con le più recenti maragliate dei Darkness. Tutto con un appeal appena appena sconfinante in una new wave solo sfiorata, per poi ripiegare su un più innocente hard pop di routine. Sound e felicità prepotentemente yuppies, prima che quei rompicoglioni del grunge arrivassero a mandare tutto a puttane. Secondo album per un leggero, trasparente ma competente quartetto di Louisville. Divertente, lievemente frizzante, da tenere al fresco per l’estate in piscina (o il prossimo “spring break” se proprio siete ggiovani) visto che Eagle Beach è contagiosa quanto basta per far rodere d’invidia perfino dei festaioli come i Sum 41.

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