Whiskey Myers: “Whiskey Myers” (2019) – di Claudio Trezzani

Avevamo un dubbio prima di scrivere questa recensione, e cioè se scrivere davvero di quello che mi ha suscitato oppure cercare di essere meno emozionato e magari stemperare un po’ l’entusiasmo. Ecco non ce l’abbiamo fatta e ve lo diciamo a chiare lettere: a nostro avviso questo “Whiskey Myers” (Wiggy Thump Records 2019) è un capolavoro. Un disco coraggioso che arriva dopo una gavetta lunghissima iniziata con il primo album (“Road of Life” del 2008), grezzo ma pieno zeppo di canzoni che lasciavano già intuire un talento fuori dal comune sia lirico che compositivo ed esecutivo, continuata come una scalata e culminata con “Mud” del 2016, con la regia sapiente di Dave Cobb che, da autentico mago della produzione li ha lasciati liberi, limitandosi ad istruirli su come costruire da soli il proprio sound. Ed eccolo qua, autoprodotto, con una copertina completamente bianca, senza fronzoli e che lascia intuire la volontà di mettere al centro di tutto la Musica e chi la rende viva: Cody Cannon, John Jeffers, Cody Tate, Jeff Hogg, Jamey Gleaves e Tony Kent.
Senza trucco e senza inganno… solo talento puro che fa di loro, più di tante altre bravissime band, il riferimento assoluto del nuovo rock americano. Il disco è suonato alla grande, pensato e finito in pochissimo tempo e con la rete a fare da rampa di lancio: i Whiskey Myers hanno lanciato un mega tour, anche europeo, (dal vivo sono anche meglio) e ben sei singoli ad anticipare questo lavoro per far venire l’acquolina in bocca ai fans e per far incuriosire quelli che ancora non li conoscevano bene. Un fan club ufficiale su Facebook che raccoglie ormai migliaia di adepti da tutti gli States ma anche dal resto del globo, ha aiutato molto questo marketing fai da te. Una band che non è diversa dai suoi fan duri e puri, semplici, con ideali e convinzioni forti (Dio, Patria e Famiglia) che trasportano con orgoglio nelle liriche: le loro storie sono vere e vissute da poeti e cantastorie… direttamente da Palestine, Texas. Fossero nati nell’epoca d’oro, quella degli “Dei sulla Terra”, sarebbero stati di sicuro un punto di riferimento, come i Lynyrd Skynyrd di cui oggi sono gli eredi più diretti e credibili. Un sound che definire solo southern ormai pare riduttivo. È solo rock americano: c’è il southern ma anche il soul, il rock e anche il punk e il country
Un viaggio che parte a razzo con Die Rockin’, un pezzo che prende subito, con un’anima del Sud e il bridge centrale che pare venire da “Muscle Shoals”, nel quale i i cori delle leggendarie McCrary Sisters si incastrano alla perfezione: riff duro e assolo completano un pezzo che è un vero capolavoro di southern, sporco ma con un’anima gentile. Mona Lisa è anch’essa rock, veloce e con i cori che la completano. La voce di Cody Cannon, come nei precedenti lavori, è l’arma in più ma le chitarre e il riff centrale danno a questa canzone un groove irresistibile… come il testo sempre ispirato da sentimenti forti. Come in un ottovolante emozionale, con Rolling Stone la velocità cala visibilmente e ci ritroviamo un pezzo introdotto dall’armonica e con un appeal solare, da ascoltare coi finestrini abbassati e il sole in fronte. Non facciamo in tempo ad abituarci a questo sound ispirato da Waylon Jennings che il chitarrista John Jeffers prende il microfono e ci spara in faccia Bitch, una dedica non tanto velata al pop country e alla musica commerciale: un pezzo che pare arrivare da una jam session fra i Beastie Boys e i Lynyrd Skynyrd. Testo parlato e riff che ti entra sotto la pelle: dal vivo rende ancora di più e la voglia di saltare è automatica. Divertente e cattiva, punk dal sapore di whiskey: ironia e intelligenza unite in modo perfetto. Non basta saper suonare, bisogna saperlo fare attivando fortemente il cervello.
Gasoline ha nel titolo tutto quello che serve, carburante per un rock dal riff cattivo e una prestazione da rocker di razza da parte di Cannon alla voce; ci sono anche spruzzate di Nirvana, per la rabbia con cui ci spara in faccia quello che si sente dentro: una Bibbia, una pistola e tanto carburante. La chitarra graffia gli amplificatori e l’assolo effettato fa molto grunge. Non hanno timore di essere americani e texani, la critica non li sfiora anzi li rafforza. Non sono mainstream nelle idee, ci credono e si sente. Quando ci si abitua a questo suono, parte un arpeggio di mandolino e violino, country di quello più sanguigno: ecco a voi Bury My Bones, un pezzo fantastico, emozionante come il suo testo: i Whiskey Myers sono credibili sia come rockers che come cantastorie e un’abilità così la rintracciamo solo nei grandi. I riferimenti alla loro terra sono sempre in primo piano, le radici contano e sono importanti. Il riff di Glitter Ain’t Gold è cadenzato e i cori soul ci stanno perfettamente, non c’è una nota fuori posto… come se gli Stones avessero incontrato una band del Texas e ne fosse venuto fuori un pezzo che luccica ed è meglio dell’oro. Bellissima.
Il country è nel sangue di questi ragazzi, quello alla Jennings, e Houston County Sky è un pezzo di country ambientato nella loro terra, con sullo sfondo storie di vita vissuta. Lo vediamo questo cielo, lo sentiamo il profumo del deserto. Se una grande band di rock and roll avesse suonato in un saloon del vecchio West ne sarebbe venuta fuori Little More Moneynuvole di sabbiapistole e la voce di Cannon a guidarci in un viaggio fra le chitarre e il canyon. L’assolo poi spezza l’aria ed è uno dei più belli del disco. L’arpeggio che introduce California to Caroline è bellissimo, una semi-ballad fra la steel-guitar e i cori soul: emozionante passaggio di vita vissuta. Il lavoro delle chitarre e della produzione della band è davvero rimarchevole, un sound perfetto che incornicia la loro risaputa abilità lirica. Il southern più sanguigno e quasi gotico sgorga e ci travolge con Kentucky Gold: un riff fatto per ballare ma profondo e cupo, con l’assolo e il testo incastonati in una gemma che brilla di luce propria. Dirvi che è una delle più ispirate è scontato, se non fosse per il fatto che lo sono tutte. La luce che filtra fra i graffi scuri lasciati dalla precedente canzone ci porta Running: un pezzo da suonare e cantare in un classico “on the road”… sognando di farlo lungo la Route 66.
Chitarra acustica, cori e assoli: niente è banale o lasciato al caso; è difficile farlo in quattordici pezzi ma i Nostri riescono alla grande anche in questo. Un suono che può essere davvero un riferimento per altre band che verranno. Dopo una canzone di questo livello, era inevitabile l’arrivo di uno dei pezzi più rock del disco e con il riff più pesante di tutto il lotto: Hammer picchia come un martello dovrebbe fare, e l’armonica è la ciliegina sulla torta. Un’ugola nata per il rock quella del buon Cody Cannon. Altro pezzo stupendo. Siamo arrivati alla fine, e potremmo anche dirci soddisfatti… ma i Whiskey Myers alzano l’asticella e sfoderano un pezzo che sarà senza dubbio ricordato come la loro Free Bird o la loro Sympathy for the Devil: Bad Weather inizia con un arpeggio emozionante e regala una prestazione vocale di Cody Tate assolutamente fantastica e che ci fa comprendere come la band non si regga su di un’entità sola, ma risulta essere un vero gruppo. Un pezzo lungo, in cui la steel guitar accompagna ed emoziona, con le liriche che, come da consuetudine, dipingono una vera “poesia moderna”. Una gemma di rock, country, soul e blues, con l’assolo intrecciato tra chitarre elettriche e steel guitar: coraggio e abilità in una delle canzoni più belle degli ultimi anni. Un capolavoro a chiudere un capolavoro. Il finale tutto assoli è il sigillo di qualità. L’eredità dei Lynyrd Skynyrd e dei Credence Clearwater Revival  è in mani sicure, sicurissime.

In Italia non hanno molto seguito purtroppo, ma speriamo di riuscire, nel nostro piccolo, a suscitare interesse verso un lavoro che sarebbe un peccato mortale lasciare solo agli amanti del country o del southern. È un disco ampio, senza un genere dominante: è solamente grande rock, che attinge a piene mani dall’epopea iniziata negli anni 50 con Elvis e passata per i Rolling Stones, il punk e i Lynyrd Skynrd, i Nirvana e Tom Petty, Waylon Jennings e Johnny Cash, filtrando il tutto per conferirgli un’impronta e un tocco personale nel quale l’autoproduzione certifica che questo è un disco dei Whiskey Myers… dall’inizio alla fine. Non ci resta, quindi, il gusto di scoprire fino in fondo questo bellissimo disco e aspettare con trepidazione il prossimo capitolo.

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