What Does This Button Do? (Bruce Dickinson autobiography) – di Govind Singh Khurana

Un libro pubblicato da pochissimo in lingua originale e letto in sole tre sere. Forse le pagine sono poche per descrivere la vita e la carriera di Bruce Dickinson ma, chiunque nel corso della sua vita sia rimasto folgorato dalla musica degli Iron Maiden, non importa se per una singola stagione, magari più di vent’anni anni fa, potrà trovare una ragione per ascoltare il racconto. Non è la storia dei Maiden, ma quella di Bruce, il loro cantante più significativo e allo stesso tempo il più atipico e distante dagli stereotipi del musicista metal, e lui stesso ama dipingersi in questo modo, pur senza mai rinnegare niente di ciò che ha fatto. La sua era una famiglia della working class e Bruce, nato nel 1958, fu cresciuto principalmente dai nonni e da subito iniziò ad avere una personalità curiosa, attratta dagli stimoli più diversi, tra cui la tecnologia e dalla storia militare. Cresce in un’Inghilterra grigia ed industriale, in scuole dove le punizioni corporali erano la norma così come la norma era farsi rispettare, ed è l’esperienza in collegio, scelto di propria volontà, per fuggire alla monotonia domestica che lo avvicina per la prima volta al rock e, sono il progressive e il sound dei Deep Purple a formarlo. A Londra c’è anche lui nel 1978, all’Università, il cui ambiente studentesco era dominato dal Socialist Workers Party, mentre il punk imperversava nelle strade, senza però lasciare una traccia musicale in lui. L’influenza più importante del punk fu spingere i musicisti a creare da soli i propri progetti. Dopo una trafila di show in band locali e demo Bruce approda nei Samson, iniziando a crearsi un nome nella scena inglese, dove arriva a conoscere il suo idolo, Ian Gillan, e a trovarsi gli Iron Maiden come band di supporto. La chiamata avviene per via di Rod Smallwood, manager e figura carismatica della band, al pari di Steve Harris e, con entrambi, Dickinson avrà diversi momenti conflittuali anche se la figura del manager è sempre tenuta in altissima considerazione… peccato che siano pochi gli aneddoti sulla sua personalità vulcanica. Il suo arrivo nella band segna la vera e propria consacrazione, nonostante il compito in partenza non fosse facile. The Number Of The Beast” rimane uno dei capolavori del gruppo inglese, il disco in cui si esprime al meglio il concetto di heavy metal. La storia è stata già narrata diverse volte, quindi ogni capitolo viene percorso con una certa velocità e nella routine con album, tour, festival sempre più grandi, studi sempre più giganteschi arriviamo alla fine degli anni 80. Bruce Dickinson sembra più preso dalla sua grandissima passione per la scherma (seguita anche in tour) che non dal songwriting (non firmerà alcuno dei brani di “Somewhere In Time”). Ci sono accenni alla vita selvaggia on tour ma l’impressione è che siano stati molto limati e sintetizzati, anche se c’è spazio per alcune situazioni curiose e piuttosto estreme, ma il ritmo è dinamico e nella scrittura diretta e veloce, si coglie l’esperienza di chi sa comunicare e nulla è lasciato al caso. Un momento importante sarà il primo volo con un piccolo aereo da Cherburg, sulla sponda francese della Manica, e ad avvicinarlo alla sua nuova passione è Nicko McBrain, il batterista della band. Da li nascerà una nuova passione che porterà Dickinson a livello di pilota di aerei civili. Bruce è inarrestabile anche in quella carriera e trova anche il tempo di creare una birra, The Trooper e nemmeno un tumore lo ha fermato. Nelle pagine finali descrive la sua terapia con realismo e allo stesso tempo autoironiaHa talento anche per la scrittura, l’unico rammarico di questo libro è forse nella sua durata e nell’estrema sintesi (rimangono fuori dal racconto la sua vita personale, i suoi matrimoni, altre sue imprese commerciali e l’esperienza come DJ alla BBC) a cui speriamo l’autore possa rimediare presto.

“What Does This Button Do? (Bruce Dickinson autobiography)”. (Harper & Collins2017 – 294 pp)

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