Web haters e democrazia – di Nicholas Patrono

Internet, democrazia e libertà di espressione: tre concetti che, nel loro intersecarsi, dovrebbero dare vita a qualcosa di meraviglioso. L’uso del condizionale, purtroppo, non è casuale. È sì vero che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (art. 21, Costituzione italiana). La libertà di parola è un valore sacrosanto, costituzionalmente tutelato, fondamentale per la democrazia. Un significato chiaro, eppure forse non del tutto chiaro a tutti: la libertà di esprimere liberamente le proprie opinioni non significa che queste possono offendere gli altri. Sembra una banalità, ma non lo è. È allora necessario, in nome del rispetto di un’etica dei diritti umani e dei valori universalmente riconosciuti, che si censuri chi abusa della libertà di parola per offendere gli altri. Oggi pare più che mai necessario porsi il problema di come controllare che la libertà di espressione di uno non danneggi gli altri. Politica, questioni sociali, musica, sport, nessun ambito viene risparmiato. Razzismo, sessismo e beceri insulti si diffondono come una piaga, una peste medievale per la quale non pare esistere cura. Negli ultimi dieci anni, i social sono diventati una cloaca, una fogna a cielo aperto. La libertà di espressione è stata forse rispettata, sì, ma nella maniera che più l’infanga. Nonostante i controlli, resta ancora troppo odio, non sbavato da lingue taglienti, ma scritto da mani fin troppo leste, guidate da persone che non si rendono conto del danno che compiono. Insulti reciproci, cyberbullismo, fake news e, soprattutto, tanto, tanto odio, che non trova confini. Sui social vi è un’illusione di protezione, dovuta alla distanza fisica, allo schermo che disumanizza l’altro, che trasforma il bersaglio degli insulti in un avatar con un nickname. In quel momento non si ha la percezione di offendere una persona fisica, ma un nome, un’immagine. Così l’inciviltà appesta sempre più i social, con gente che sacrifica la discussione, il dibattito, lo scambio costruttivo d’opinione, in favore di uno sconclusionato battibeccare, dello strepitare senza capo né coda, tanto povero di contenuti quanto barocco e fantasioso nelle cattiverie. Argomentazioni inesistenti, insulti fin troppo presenti, in un vomitare sull’altra persona frustrazioni che appartengono forse ad un’altra vita. E mentre l’ignoranza dilaga, la cultura e l’educazione agonizzano, prossime allo stato vegetativo. In questo quadro ben poco roseo, gli “altri”, gli acculturati, i cosiddetti “professoroni”, le persone con alta istruzione, spesso peggiorano la situazione. Personaggi pubblici sfogano i propri deliri di onnipotenza rispondendo a trogloditi che, forse, sarebbe più opportuno ignorare, per non dare loro visibilità. Inoltre, è quantomeno ottimistico sperare di convincere qualcuno a cambiare idea se lo si apostrofa come ignorante, troglodita, analfabeta. Diverse pagine pubbliche seguono a ruota questi personaggi, li esaltano, vanno in visibilio ogni volta che il “professorone” di turno insulta un “ignorante analfabeta”. Gente istruita che sostiene che il suffragio universale abbia fallito e inneggia all’esclusione di questo tipo di persone, i cosiddetti analfabeti funzionali, dalla vita politico-sociale del paese. Così facendo, pugnalano al cuore quella democrazia, che tanti limiti ha, ma che pur sempre resta sacra, e non si dimostrano migliori degli ignoranti che tanto detestano. La democrazia su Internet ha fallito, e pare più che necessario intraprendere una crociata contro chi ammorba l’aria dei social e li rende luoghi di scontro, anziché di incontro. Tuttavia, si vuole invitare a seguire una regola d’oro: chi è superiore a queste cose, si dimostri tale. Segnalare un commento maleducato od offensivo al team che si occupa del controllo dei social può essere un primo passo, nella speranza che chi di dovere si mobiliti per rendere i social più vivibili; invocare a gran voce la fine del suffragio universale non può essere la strada giusta. Si potrebbe cercare una soluzione che salvi il suffragio universale e premi l’educazione, la civiltà, l’informarsi responsabilmente da fonti autorevoli, ma è un discorso per un domani ipotetico, anche perché bisognerebbe partire dal basso, dalla formazione, dalla cultura dell’educazione che si insegna nelle scuole. Una riforma sociale non da poco. Nel frattempo, nell’oggi, potrebbe fare bene alla comunità mobilitarsi per fermare l’inciviltà degli odiatori seriali del web. È necessario sensibilizzare la comunità, in modo che vengano presi provvedimenti seri, e che soprattutto venga creata una condivisione dell’educazione e del rispetto che parta dal basso e inneschi un circolo virtuoso, libero da maleducazioni e qualunquismi. Altrimenti continuerà ad accadere l’esatto contrario, come tuttora succede: un circolo vizioso, un’escalation di aggressività, una gara a chi sfotte l’altro e riceve più likes, portando a casa la coppa immaginaria di una disputa vinta sui social.

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