Wayne Roberts: “Arrivederci Professore” (2019) – di Maurizio Fierro

Cancro ai polmoni al quarto stadio, Un anno di vita con le cure, sei mesi, senza. È l’infausta diagnosi prospettata a Richard Brown, docente di letteratura in un college del New England, un uomo che non riesce a trascinare la propria vita fuori dalla cappa di apatia che avvolge una noiosa quotidianità. La moglie Veronica lo tradisce col rettore, la figlia Olivia ha fatto coming out dichiarando la propria omosessualità, e il suo lavoro di insegnante non si eleva dalle secche di una noiosa routine. Insomma, un’esistenza come tante. Poi la malattia terminale, un accidente che interrompe la monotona cantilena del “day by day” e costringe a una lettura diversa della realtà, come un differente livello di vita, un livello che non si è mai simulato e che non si è preparati ad affrontare. Per Richard inizia una di quelle fasi di transizione che sotto la risonanza dell’evento traumatico porta una trasformazione interiore, silenziosa, che riesce a squarciare quel velo di torpore che spesso ammorba le relazioni quotidiane… e cambiano, le relazioni, per il professor Brown. Perché la ricerca di un tempo autentico fa diventare selettivi; perché la fine è vicina e occorre recuperare un po’ del tempo perduto, sia esso quello anticonvenzionale ma sincero da dedicare ai suoi allievi, sia quello che serve per comprendere le ragioni di una moglie che lo tradisce ma che gli rimane accanto, e di una figlia che sa badare a se stessa e che vuole solo essere accettata per come è. 
“Avvicinarsi alla verità primordiale”… un mantra che Richard ripete in aula ai suoi allievi, un’aula che di volta in volta può trasformarsi in un bar dove far sesso estemporaneo con una cameriera, o in un prato dove fumare marijuana, oppure in una biblioteca, dove il professore implora i suoi allievi a “non arrendersi mai alla mediocrità, perché avrete una sola occasione per farlo, e aggrappatevi a quella…” Già, perché poi la mediocrità può celarsi nella radicata assuefazione a cui ci si è adagiati, un tran tran monotono nel quale consumiamo ma non viviamo il tempo che ci viene messo a disposizione, poco o tanto che sia… e allora “perché galleggiare sulla nostra esistenza? Occorre vivere, non resister ma vivere” e l’esortazione che Richard rivolge ai suoi allievi è un po’ come elevarsi dal piano orizzontale delle nostre esistenze per raggiungere un piano più nobile, dal quale assaporare l’aria rarefatta dell’autenticità. Vedendo scorrere le immagini di “Arrivederci Professore” (The Professor 2019), a circa trent’anni di distanza viene spontaneo pensare a un altro celebre docente cinematografico, il John Keating/Robin Williams protagonista della pellicola di Peter Weir “L’Attimo Fuggente” (1989), e al “carpe diem” di Orazio pronunciato dall’iconico professore per farci riflettere sull’incapacità di “guardare” ciò che ci circonda, qualcosa che non riusciamo a mettere bene a fuoco, noi, poveri presbiti, sempre troppo concentrati sul dopo, sperando sempre che il non ancora sia pure il già, col risultato di vivere nella gabbia di un eterno futuro anteriore.
Johnny Depp non è Robin Williams, ma il fascinoso attore del Kentucky ha la possibilità di sublimare la sua inquietudine nei panni di un professore che porta con sé un po’ di quell’anticonformismo bohémien caro a certi personaggi interpretati nel passato, ma con maggiore equilibrio e senza la necessità di ricorrere a trucchi ed eccentrici maquillage. La sua non è una prova indimenticabile tuttavia convincente, capace di mantenere una certa leggerezza avvalendosi dell’arma dell’ironia. Dopo il debutto alla regia con “Katy dice addio” (2016), lo scrittore Wayne Roberts porta su grande schermo un’altra sua sceneggiatura concedendosi il vezzo di dividerla in sei capitoli e riuscendo a schivare le sabbie mobili del cancer movie didascalico, mettendo la sordina all’enfasi melodrammatica ma non liberando del tutto la pellicola da un certo alone di retorica. Il risultato è una visione comunque gradevole, che forse non decolla come ci si aspetterebbe ma che ha il pregio di far riflettere sui rischi di una vita vissuta senza farci troppo caso, senza sospettare, o forse sì, che ci possa essere qualcos’altro… e che noi si possa essere qualcos’altro…come accade a Richard, trasformato dalla consapevolezza della fine imminente, che gli dona la gratuità del perdono compassionevole, sia verso il prossimo che verso se stesso, e che gli consente di manifestare a cuore aperto il proprio amore per sua moglie Veronica… e l’orgoglio che prova per Olivia, prima di congedarsi dal mondo durante la serata di gala di fine trimestre.
“Afferrate la vostra esistenza e facciamo della morte la nostra compagna, così da avere un secondo per apprezzare quello che abbiamo”: è questo l’epitaffio regalato ai presenti da Richard, ormai pronto a confrontarsi con la compagna discreta e silenziosa che da quando siamo al mondo è in attesa di abbracciarci, e alla quale è meglio concedersi con animo pacificato… magari con un sorriso, proprio come quello che compare sul volto del professor Richard Brown nell’ultima sequenza del film: un uomo, il suo cane, e le stelle che brillano nella notte… un bel modo per avvicinarsi alla verità primordiale.

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