Waters/Isgró. Plagio, citazione o “demolizione”? – di Cinzia Farina

Appena uscito “Is this the life we really want?”, l’ultimo disco di Roger Waters, rischia di essere ritirato a causa del provvedimento del Tribunale di Milano, che ha ipotizzato nella copertina e nell’intero progetto grafico il plagio delle famose “cancellature” di Emilio Isgró. Si aspetta a giorni una reazione della Sony Music Italia che distribuisce per la Columbia Records il disco nel nostro paese, e che non si è ancora pronunciata. Il nesso c’è ed è evidente. La nozione di plagio però appare quantomeno problematica. A partire dal fatto che, come tutti i commentatori hanno prontamente sottolineato, lo stesso Isgró avrebbe ripetuto le righe cancellate del “Poema Ottico” del 1924 del dadaista Man Ray, a sua volta ispirate per sua stessa dichiarazione, al “Canto notturno del pesce” del 1905 del poeta tedesco Christian Morgenstern. Come a dire: nessuna novità, nessuno scandalo, l’arte è sempre stato un salire sulle spalle degli altri. Diceva Jorge Luis Borges: “Se non ripeto gli altri, ripeto me stesso. Forse non sono altro che una ripetizione”. Inoltre, procedimenti come found poetry, caviardage e cut up  (operare cancellature o ritagli su un qualsiasi testo dato per trovare la propria poesia) – derivanti da surrealismo e dadaismo, dalle celebri istruzioni di Tristan Tzara – costituiscono ormai patrimonio collettivo consolidato in quanto tecniche di scrittura abbondantemente utilizzate non solo in ambiti prettamente artistici ma anche pedagogici e di cura. “All writing is in fact cut ups. A collage of words read heard overheard. What else?” (“Ogni scrittura è in effetti un’operazione di ritaglio. Un collage di parole lette sentite risentite. Cos’altro?”) scrive William Burroughs che, a partire dagli anni sessanta, codificò il cut up insieme al pittore Brion Gysin, che lo inventò nel 1958, montando spezzoni di nastro magnetico preregistrato e trasferendo poi l’intuizione alla scrittura. Detto questo però, nonostante nella grafica del disco il gesto e il peso segnico delle linee di cancellatura, privo del ritmo spezzato di quei punti che annunciano le formiche nere, risulti altro e differente, l’associazione con Emilio Isgró non è eludibile. Escluso che i tre artisti responsabili – il direttore creativo Sean Evans già collaboratore di Roger Waters nel film concerto “Roger Waters: the Wall”, il visual artist Danny Kamhaji e il grafico Dan Ichimoto – siano incappati in un plagio da ingenui, considerata anche la portata internazionale del fenomeno Isgró passato per il Moma, c’è da collocare probabilmente la questione su un piano diverso. Siamo nell’epoca di Napster e del copyleft, di una cultura nata dal basso sulla spinta delle nuove tecnologie, che cerca di trovare una composizione tra le idee contrapposte di furto e dono, che mette in crisi l’idea della proprietà intellettuale sottomessa al profitto di colossi in un sistema dell’arte funzionale a una società di ingiustizie e diseguaglianze. Procedimenti consolidati o opere diventate icone – esattamente come le metafore di Troisi / Postino di Neruda, perché la poesia è di chi gli serve – non vengono più avvertiti come proprietà di singoli detentori di diritti ma come serbatoio comune cui liberamente attingere. Questo è. Del resto l’appropriazionismo di volta in volta diversamente declinato e motivato, è uno dei grandi fenomeni protagonisti dell’arte e della cultura contemporanea.
Da Duchamp, e il suo ready-made, attraverso i concettuali degli anni 60/70, l’opera pionieristica di Elaine Sturtevant, all’esplosione degli anni 80 con le “rifotografie” di Richard Prince e di Sherrie Levine che ripete, dorato, l’orinatoio di Duchamp, con Mike Bidlo che rifà “meglio degli originali” le opere fondamentali delle avanguardie e postavanguardie e così via fino ai giorni nostri. Senza dimenticare il paradosso letterario di quel Pierre Menard, colto dal già citato Borges in un suo celebre racconto, nell’atto del riscrivere “parola per parola, riga per riga” il Don Chisciotte di Cervantes. Cui fa eco, in perfetto stile borgesiano/appropriazionista, il gioco tra sperimentazione, omaggio e provocazione del giovane scrittore argentino, Pablo Katchadjian, che ha riscritto
L’Aleph, aggiungendo 5.600 parole alle circa 4.000 del testo originale di Borges… ma torniamo a Waters e al suo staff grafico. Escludendo dunque come improbabile il plagio, potremmo ipotizzare un tributo, una citazione iconica che, in virtù di una temperie culturale basata sul senso di comunità e di rete che mette in discussione la nozione esclusiva di proprietà, non necessiterebbe di permessi e autorizzazioni. Potremmo pensare a un gioco, tra l’estetico e il filosofico, volto a evidenziare la natura metalinguistica dell’arte contemporanea, le infinite possibilità di tecniche note e di infinite duplicazioni. Con una vena sottilmente dissacrante e demolitrice di ogni “aura” (come dice Walter Benjamin) e sacralizzazione istituzionale dell’opera d’arte, di ogni feticizzazione di mercatoIl che non stona affatto con i temi di denuncia sociale e politica dei vecchi testi di Waters, dalle distopie di “The Wall”  e “Animals” a “The Final Cut”, fino a questo “Is this the life we really want?”.

«Ho copiato dai situazionisti che hanno copiato dalle avanguardie storiche (futurismo, dadaismo, surrealismo) che hanno copiato da Mallarmé che ha copiato da Rimbaud che ha copiato da Rabelais che ha copiato dagli alessandrini che hanno copiato da Dio. Sono poeta sono figlio di Dio» (Da “Un ricordo Sarenco: Poeta Verbovisuale” di Giorgio Moio, su malacoda.it).

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2 pensieri riguardo “Waters/Isgró. Plagio, citazione o “demolizione”? – di Cinzia Farina

  • giugno 22, 2017 in 9:06 pm
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    Peccato! Quanta approssimazione, superficialità, da tutte le parti in causa. Che dire, Leonardo ha plagiato dieci e più pittori dell’ultima cena…mah. Ma l’opera artistica di Roger Waters è la MUSICA non il supporto o la carta d’imballaggio di quest’ultimo qual è appunto la copertina? Dovrebbe essere Isgrò a pagare i diritti a Waters considerata l’inconsapevole sponsorizzazione di quest’ultimo alle sue opere di gran lunga meno popolari.

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    • luglio 25, 2017 in 2:15 pm
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      Fa bene Isgrò a difendere l’arte italiana e il diritto di ogni artisti a non vedere snaturato il proprio lavoro. Non mi sembra che la causa sia contro Waters ma contro la Sony, che ha usato la sua opera nella copertina del disco e nel merchandising per motivi di promozione commerciale (leggi: soldi). Davide contro Golia: io tifo per Davide.

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