Walter Wegmüller: “Tarot” (1973) – di Gianluca Chiovelli

Questo disco è una sorta di “Aleph” della musica degli anni Settanta. La cosiddetta kosmische musik è solo il vestimento di una delle più ardite operazioni di assimilazione e rielaborazione rock mai attuate sino ad allora (e che solo lo spirito onnicomprensivo tedesco poteva tentare), dal pop alla ballata all’avanguardia. Ogni forma precedente, debitamente canonizzata, viene qui accolta e filtrata dalla sensibilità di una koiné artistica e culturale che, apparentemente legata alla contingenza (il fenomeno volgarmente chiamato krautrock), affonda invece nella sensibilità musicale dei popoli germanici. Walter Wegmüller, svizzero di origine, articola questo tour de force in ventidue brani (i ventidue arcani maggiori dei Tarocchi) e li accompagna coi propri recitativi stranianti sorretto da una formazione d’eccezione che, nell’iniziale Die Narr (Il Matto, ovvero l’arcano dal numero zero), presenta con toni da vaudeville: Hartmut Enke, Manuel Gottsching e Rosi Muller dagli Ash Ra Tempel (chitarra; chitarra; cori), Jurgen Dollase, Jerry Berkers e Harold Grosskopf dai Wallenstein (tastiere; basso; batteria), il duo Walter Witthüser e Bernd Westrupp (chitarre, flauto; voce), Dieter Dierks dai Cosmic Jokers (cori) e “Sua Eminenza” Klaus Schulze alle tastiere. Le singole parti non prevaricano l’intera opera, anzi operano sia per forza d’accumulazione sia, vista la varietà dei toni, interagendo le une con le altre alla stregua di accorti accostamenti cromatici: solo riascoltando a posteriori il disco, nella piena interezza e da una debita distanza, possiamo comprenderne la forza evocativa e la magnificenza. Definire i vari episodi risulta, quindi, controproducente: vale solo come breve resoconto di un saliscendi musicale imperterrito. Der Magier risuona delle iniziali folate elettroniche di “Faust IV”, poi si stabilizza sui colpi di coda dei sintetizzatori; Die Hohepriesterin, basata su semplici tappeti di tastiere e sulle cadenze ieratiche di Wegmüller (cui la lingua tedesca dona effetti arcani), sfuma nelle percussioni di Die Herrscherin, le cui risonanze etniche e i cui toni distesi ricordano i Popol Vuh. Con Der Herrscher si passa a toni pienamente rock mentre il successivo Der Hohepriester è una ballata per flauto e pianoforte che non stonerebbe come lato B dell’arcinota Angie (o, forse, Angie non stonerebbe come lato B di Der Hohepriester); Der Gerechtigkeit materiato dal bordone delle tastiere e dalle percussioni rituali sfuma nella delicata ballata Der Weise (poi replicata in Der Zerstörung); Die Sterne – Der Mond – Die SonneDas Gericht formano un unico impalpabile episodio cosmico; non mancano il folk con accenni ispanici di Der Teufel, i magistrali crescendo space-rock alla Hawkwind (Der Wagen, Die Kraft, la finale Die Welt) e brani di raccordo come Die Entscheidug o Die Tod (basata su un semplice effetto sonoro), indispensabili per salvaguardare l’equilibrio del disco. Non è casuale che tale opera si articoli secondo i ventidue arcani maggiori dei Tarocchi, quelli che simboleggiano la totalità e, se correttamente interpretati, sono in grado di rendere intellegibile il mondo e l’universo. Allo stesso modo, secondo Wegmüller e i suoi apostoli, i diversi generi simboleggiano una musica universale a cui aspirare nello sforzo creativo. Prima ancora della considerazione estetica (comunque notevolissima), riconosciamo (pienamente) a “Tarot” questo anelito titanico.

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