Walter Hill: “The Warriors” (1979) – di Maurizio Fierro

Non so se Solomon Yurick avesse letto l’Anabasi, magari in una dei numeri di Classic Comics, la rivista creata dal genio di Albert Lewis Kanter nel 1941, e che rappresentava a fumetti le grandi opere delle letteratura. Senofonte doveva avergli però inviato un messaggio da un’altra dimensione quando, a metà degli anni Sessanta, lo scrittore newyorchese di origine ebrea ebbe l’idea di scrivere “The Warriors”, una novella illustrata dagli accattivanti disegni di Frank Modell. Sì, perché come i diecimila guerrieri greci costretti a tornare verso il Mar Nero, anche i suoi Dominatori avrebbero dovuto attraversare territori ostili controllati da altre bande, per far ritorno nella loro patria, Coney Island… e se i greci sopravvissuti alla vista delle acque gridarono Thálassa! Thálassa!, anche la gang newyorchese, per bocca di Hinton, novello Ciro, davanti all’oceano Atlantico avrebbe affermato: ”quando vediamo il mare significa che siamo a casa”. Messaggi da altre dimensioni o meno, un paio di migliaia di anni e qualche secolo dopo, Solomon Yurick rielaborò quel mito e lo calò nella realtà delle bande rivali della New York degli anni Sessanta, declinandolo dalla prospettiva di una di queste, i Dominatori di Coney Island, composta da ispanici e afroamericani, invitati come tutte le altre gang newyorchesi a un megaraduno organizzato per il 4 luglio dal capo dei Troni, Ismael Rivera, con l’intenzione di preparare un esercito rivoluzionario che si sarebbe impossessato della città… ma accadde un deprecabile imprevisto: un colpo di arma da fuoco, forse partito dalla pistola di un poliziotto, uccise Ismael, la tregua fra le bande andò a pallino, e i Dominatori, a quel punto, per tornare alla loro amata Coney Island, avrebbero dovuto attraversare territori nemici occupati dai vari Borinquen BlazersColonial Lords e Castro Strompers. Bene, a distanza di quindici anni, il produttore Lawrence Gordon si impossessa di tutta questa epica e ne affida la regia a un trentasettenne regista californiano, Walter Hill, già aiuto regista di Woody Allen e sceneggiatore in numerosi film di quel decennio che, nel 1979, dopo aver prodotto “Alien” di Ridley Scott, traspone su grande schermo l’avventura narrata da Solomon Yurick nella sua novella. Ne viene fuori “The Warriors”, inizialmente stroncato dalla critica, ma che diventerà pellicola di culto e successo internazionale. Rispetto al romanzo di Yurick, nel film le bande, composte anche da bianchi, oltre che da ispanici e afroamericani, cambiano i nomi: ai Troni e ai Dominatori di miltoniana memoria si sostituiscono i Riffs e i Warriors e, nella gang di Coney Island, Cleon, Swan, Ajax, Rembrandt, Snow e Cochise prendono il posto di Papa Arnold, Hinton, Hector, Bimbo e Lunkface. Identica è la sede del raduno, il Van Coutland Park, nel Bronx, dove ogni gang si deve presentare con nove componenti disarmati“Vi siete contati? Io vi dico che il futuro è nostro, se voi riuscite a contarvi. Ci sono 60.000 soldati delle gang e solo 20.000 elmetti: tutti noi uniti possiamo controllare la città. Possiamo distruggere la criminalità legalizzata, quella del potere. Sono gli uomini al potere che ci hanno spinti l’uno contro l’altro. Ci impadroniremo di un quartiere per volta, perché la città è nostra e noi la vogliamo”. Le parole del guru Cyrus, il capo dei Riffs, la banda più potente della città, infiamma il raduno, ma c’è sempre qualcuno che rovina tutto e, Luther, il mellifluo capo dei Rogues, se ne incarica, nel momento in cui spara a Cyrus uccidendolo. Cleon però ha visto tutto… e allora Luther lo incolpa additandolo ai Riffs. È quello il momento in cui inizia l’odissea dei Guerrieri, accusati ingiustamente e costretti ad attraversare i territori controllati da bande che hanno l’ordine di fermarli, incitati da Dolly Bomba, una d.j. che parla da una misteriosa stazione radio. Giustizia però sarà fatta, e la dea Nenesi colpirà il vigliacco Luther per mano dei Riffs guidati da Masai, che nella scena finale restituiranno ai Warriors l’onore perduto. Insieme allo slang biascicato dai membri delle gang, i graffiti, che fin dai titoli iniziali ci accompagnano nella visione, sono l’altra modalità comunicativa utilizzata nel film. L’intuizione di Walter Hill sdogana su grande schermo la graffiti art, e lo fa per mano di Rembrandt, l’artista dei Warriors “armato” dell’inseparabile bomboletta spray, sorta di testimone iconografico di una forma d’arte metropolitana a volte ripugnante e decisamente scorretta, ma che si presta alla perfezione a definire il codice estetico che accompagna la pellicola. D’altra parte, era stato un misterioso artista newyorchese a inaugurare la graffiti art all’inizio del decennio, girando la nazione e lasciando sui muri delle città circa trecentomilamila firme a nome “Taki 183”. Pubblicando nel 1971 un articolo dal titolo “Chi è Taki?”, il New York Times lanciò la moda dei tags, le firme apposte sui muri di case e palazzi, forma di proto-graffitismo, inizialmente confinato ai quartieri più degradati di Harlem e South Bronx, ma che poi si espanderà in tutta New York. Le pareti e i convogli della metropolitana diventano allora il supporto ideale per esprimere, con slogan e disegni ermetici tracciati con bombolette spray, il disagio dei marginali e dei diseredati che popolano le strade della metropoli. Nel film, la ricostruzione notturna della città è qualcosa che non si dimentica: una New York semideserta, livida, in cui gli unici abitanti sembrano essere bande di spostati e poliziotti, fa da cornice a un dramma che si dipana dal tramonto all’alba. I Guerrieri devono tornare a Coney Island, e se la metropolitana tappezzata di graffiti è metafora del viaggio, Union Square e Times Square non sono solo stazioni indicate nella mappa, ma rappresentano plasticamente una sorta di geografia interiore, con gli inciampi e i pericoli che dobbiamo superare per far ritorno a casa e, in definitiva, per riconoscere chi siamo. E allora le Lizzies, i Baseball Furies e i Punks, che cercano di sbarrare la strada ai Guerrieri in fuga, sono altrettante tappe di un’odissea notturna che simboleggia la lotta per sopravvivere. Perché la lotta seleziona i suoi alunni: non sceglie chi conserva la sua tenerezza, o chi rimane prigioniero dei propri vizi; sceglie chi è capace di farsi indurire dal percorso della vita. Non tutti ce la fanno, e i sei Guerrieri rimasti, accompagnati da Mercy, una ragazza della banda degli Orfani troppo bella e orgogliosa per passare inosservata agli occhi di Swan, e che forse rappresenterà l’eccezione a quanto affermato da un componente della banda – “Le donne significano guai”  alla fine possono urlare il loro Thálassa! Thálassa!. I Warriors, teppisti sguaiati che arrancano in una marginalità senza un domani, uniti però da un formidabile collante emotivo che fa di loro una banda speciale: la riconquista dell’onore perduto. Riappropriarsene, è il desiderio che anima e dà sagoma ai personaggi di Hill; un desiderio non negoziabile, che viene esaudito proprio nella loro degradata patria… quella Coney Island che fa chiedere a Swan se sia valsa la pena di combattere per tutta la notte, per poi tornare in un posto così… ma che gli fa anche aggiungere: “quando vediamo il mare significa che siamo a casa”. Il viaggio, i nemici, l’onore, la casa: matrici epiche di una notte che non si dimentica. Erano gli anni Settanta e se, come qualcuno ha scritto, molto di quello che siamo oggi è la conseguenza di quel che siamo stati allora, mi piace pensare che nella tribuna della memoria collettiva di quella generazione anche i Guerrieri occupino il loro bravo posto a sedere. 

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2 pensieri riguardo “Walter Hill: “The Warriors” (1979) – di Maurizio Fierro

  • gennaio 18, 2018 in 6:16 pm
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    Gran bel film, mi piacque molto allora.Bel pezzo. Mi piacciono molto gli accostamenti all’ Anabasi e l’Odissea.

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  • gennaio 18, 2018 in 8:29 pm
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    Guerrieri, Guerrieri venite ha giocare con noi …… Altro grande pezzo Mao !

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