Walerian Borowczyk: “Dr. Jekyll et le femmes” (1981) – di Maurizio Fierro

Nel corso della sua esperienza artistica Walerian Borowczyk (Kwilcz 1923 – Parigi 2006) ha sperimentato diverse modalità di linguaggio espressivo, dando vita a un’opera complessa e multiforme connotata dal tratto della provocazione. Dopo essere stato uno dei più innovativi registi di animazione europei negli anni Cinquanta e Sessanta (“Byl sobie raz (C’era una volta), “Le Magicien”, “Renaissance”, “Les Jeux des Anges”, per citarne alcuni) Walerian Borowczyk rivoluzionò il mondo del disegno animato e si reinventò cantore temerario di film erotici in chiave autoriale nel decennio successivo (“La Bestia”, “I Racconti Immorali”, “Tre Donne Immorali?”, “Il Margine”). Il bizzarro e saturnino regista polacco si affaccia agli anni Ottanta girando una rivisitazione del celebre racconto di Robert Louis Stevenson “The strange case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde”, soggetto ricorrente su grande schermo, se è vero che la prima trasposizione è un cortometraggio del 1908 di Otis Turner. Il titolo originale della pellicola, “Le Cas etrange du Dr. Jekyll et Miss Osbourne”, viene modificato in “Dr. Jekyll et les femmes”, travisando, in parte, lo spirito del film, che si incentra sul personaggio di miss Osbourne. Nel film, incomprensibilmente tradotto in Italia col titolo “Nel Profondo del Delirio”, Borowczyk mischia infatti le carte, introducendo tra i protagonisti della finzione un personaggio reale, niente meno che la moglie dello stesso R. L. Stevenson, Fanny Osbourne, un’avventurosa donna americana caratterizzata da uno spirito forte e indipendente, affidandone l’interpretazione a una delle sue muse, Marina Pierro. L’azione del plot si concentra in una notte. Una bambina corre per le vie di una Londra tetra e dalle atmosfere dickensiane, e finisce stuprata e massacrata da un sadico con un cappello a cilindro. La notizia dell’orrendo delitto turba la festa di fidanzamento fra il dottor Henry Jekyll (interpretato da Udo Kier) e la signorina Osbourne, a cui sono convenuti una serie di dame e gentiluomini che ben rappresentano la società vittoriana dell’epoca e, quasi aleggiasse una macabra proprietà transitiva, anche il party comincia ad essere funestato da una serie di efferati delitti commessi da un misterioso assassino. Fanny scopre la verità quando sorprende il futuro sposo immergersi nella vasca da bagno (in cui sono state sciolte speciali sostanze chimiche) e uscirne trasformato in un essere abominevole, Edward Hyde (interpretato da Gérard Zalcberg), con un fallo talmente spropositato da poter essere usato come vera e propria arma. Fanny ne rimane soggiogata, ma anche lei deve difendersi dalla furia del fidanzato che, cercando di assalirla, sentenzia: “la morte è il massimo dei piaceri”. Il delirio parossistico di violenze a scopo sessuale continua senza soluzione di continuità, non lasciando scampo agli ospiti. L’effetto disgregante rappresentato dall’irruzione del male è terribile; il microcosmo di società convenuto al party viene letteralmente distrutto e, nonostante un estremo tentativo di resistenza organizzato da uno degli ospiti (un patetico generale interpretato da Partick Magee), nessuno si salva dalla casa mattatoio. Alla fine, anche Fanny decide di seguire il fidanzato sulla strada della perversione, e si immerge nella vasca. L’acqua ha il colore del sangue, ed è questo il momento in cui il lato maschile Jekyll/Hyde si unisce a quello femminile, trasfigurandosi nel male. La scena finale vede i due amanti accoppiarsi e dilaniarsi a vicenda, come vampiri. Il racconto di Stevenson, pubblicato nel 1886, che descrive il più celebre caso di doppelgänger in letteratura (lo sdoppiamento di personalità), sarà in seguito analizzato con gli strumenti della psichiatria (che nasce nella seconda metà dell’Ottocento come scienza autonoma), sia dalla prospettiva della psicoanalisi freudiana (il conflitto fra l’Io del perbenismo vittoriano dell’epoca e l’Es degli impulsi sessuali repressi che conducono alla pazzia e alla morte), sia dalla prospettiva junghiana: l’emergere dell’Ombra, ovvero quel doppio tenebroso e complementare che promana dall’inconscio individuale e collettivo e che, se non viene portato a integrazione dalla personalità, rappresenta l’unheimlich… il perturbante. Stevenson non integra gli opposti, preferendo essere ora l’uno ora l’altro e, in tal senso, il suo Jekyll rappresenta la maschera della moralità vittoriana, mentre Hyde è l’ombra che si ribella alla rigidità e al perbenismo dell’epoca, mettendo in atto una serie di azioni deplorevoli. I vittoriani disapprovano le tenebre che si celano dietro l’ingessata società del tempo, ma ne sono al contempo affascinati, e le imprese horror di Jack lo squartatore simboleggiano plasticamente l’irruzione del perturbante nello spirito romantico del periodo. L’incontro archetipico dell’Io con la propria Ombra, e più in generale fra l’ideale paradisiaco vagheggiato da Stevenson e le tenebre del mondo, è una trasformazione/regressione operata con il supporto della scienza. Se l’elettricità è stata il reagente per un’altra creatura delle tenebre, Frankenstein, la chimica lo è per il dottor Jekyll. Purtroppo, la dinamica fra la parte virtuosa e quella malvagia non porta a una integrazione, ma a una inconciliabile scissione: nessuna prospettiva evolutiva, nessuna accettazione della duplicità della natura umana, ma assoluta separazione. La forza di Hyde si accresce con lo sfinimento di Jekyll, fino al conclusivo cedimento alla zona d’ombra. Il film è uno dei più violenti e distruttivi della produzione di Walerian Borowczyk. Neanche l’arte offre alcuna via di salvezza. Dopo essersi immersa nella vasca in ebollizione ed esserne uscita trasfigurata, Fanny getta dell’acido su un quadro di Vermeer, e butta nel fuoco tutti i libri in un piccolo, ma simbolico, autodafé. È una riflessione sul desiderio, quella di Borowczyk. Seguendo fedelmente il romanzo di Stevenson, il regista asseconda l’impulso di Jekyll di cedere alla tentazione e di trasformarsi in Hyde. Nel libro, quando l’amico Utterson scopre la relazione del dottor Jekyll sul proprio caso, legge: “Mi sentivo più giovane, più leggero, più felice nel corpo e dentro di me avvertivo un flusso disordinato di immagini sensuali che mi vorticavano nell’immaginazione come la ruota di un mulino. Ebbi coscienza di essere più malvagio, dieci volte più malvagio, e quel pensiero mi inebriò”. Questa prospettiva è del tutto condivisa da Borowczyk, per il quale il desiderio è legato al piacere di trasformarsi in un altro nel male, superando il dualismo della natura umana. “Mentre gli altri esseri sono una mescolanza di bene e male”, si legge ancora nella relazione di Jekyll, “solo Hyde, nel novero degli umani, è male allo stato puro”. Se Borowczyk schernisce e spernacchia il puritanesimo e i tabù sessuali della società vittoriana, nello stesso tempo il regista franco polacco si disinteressa dei dettami della psicanalisi (nel film, durante il party, il dottor Jekyll spiega la dualità della natura umana attraverso le teorie della medicina trascendentale) che considera istituzionale, impositiva, gerarchica e, in definitiva, nulla più che una delle maschere del potere. Già, il potere: sempre malvagio, per definizione. Arbitrario, mellifluo e intrigante. Che si fotta – allora sì – in un’orgia di ribellismo anarchico. Vengono prima letteralmente fottuti, e poi abbattuti, con tutto un corredo di sberleffi sarcastici, alcuni degli archetipi classici del potere: l’editore borghese, la nobile ereditiera, il medico (il dottor Lanyon, alter ego del personaggio letterario del romanzo di Stevenson), il gentiluomo dell’alta società, il prete cattolico, l’anziana madre e il generale dell’esercito. Nessuno si salva e, Eros e Thanatos possono infine scatenare una perversa nemesi dal sapore libertario e antiborghese. Sì, Henry Jekyll è uscito definitivamente di scena. Ora, al suo posto, imperversa l’osceno Edward Hyde.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *