Vittorio Sermonti e l’energia vocale dei versi – di Gabriele Peritore

Ogni parola ha un suono, prima che un senso. Ogni parola è un insieme di suoni che si inserisce in un insieme più grande che è la frase. Ogni frase una melodia, ogni parola una nota, o un insieme di note, che vanno solfeggiate come si fa con gli strumenti musicali. Il solfeggio si può eseguire conoscendo bene gli strumenti che producono i suoni, dalle corde vocali agli altri organi, come la faringe, la glottide, la lingua, il palato, il naso, la posizione delle labbra. Conoscendo bene la respirazione, non ostacolando l’aria nell’emissione dei suoni. Così prendono vita le vocali, così prendono vita le consonanti. Il senso a volte nasce insieme al suono, a volte nasce dal suono (come nel caso dell’onomatopea). Di questa ricerca si è occupato con dedizione e passione, per tutta la vita Vittorio Sermonti, indagando l’energia vocale latente in ogni testo scritto. Ha approfondito maggiormente i lavori di Dante e poi di Virgilio, portando alla luce l’intimo del Poeta: Dante, nella stesura della sua celebre Commedia, solo in seguito appellata Divina, aveva scelto una lingua nata dalla contaminazione di tutti gli idiomi, i dialetti, le parlate verbali di sua conoscenza, estraendo ogni singola parola per il suono a lui necessario per chiudere la melodia del verso. Non aveva importanza che fosse una parola non colta o non codificata, o meglio ancora inesistente, era un suono, una nota se si vuole, senza tradire il senso di ciò che voleva comunicare. Vittorio Sermonti eccelleva nel solfeggio di ogni canto della Divina Commedia, e con l’incontro con il filologo Gianfranco Contini, straordinario conoscitore di Dante, potè approfondire la vibrazione sonora dei versi attraverso la voce. Ce ne ha dato un esempio con le sue letture in pubblico, prima nelle piazze italiane e poi nel resto del mondo, arricchite da un’analisi critica ad oggi unica. Facendo scuola ai dantisti venuti dopo e non facendo mancare le sue critiche coraggiose a chi si approcciava al Sommo Poeta senza la giusta severa inclinazione, come ha fatto con Benigni nel momento di maggiore popolarità dell’attore toscano. Vittorio Sermonti ha disseminato questa dedizione su tutti i campi a cui si è dedicato. Eccellente scrittore, poeta, saggista, libero docente e pubblicista, regista di drammi radiofonici e tanto altro. Come regista ha diretto, tra gli altri, Vittorio Gassman e Carmelo Bene… Scusate se è poco. Da sempre ha avuto la possibilità di respirare un elevato livello culturale; sin da bambinetto ha potuto godere in casa di frequentazioni come quella di Pirandello e in seguito, una volta deciso di immolare la sua vita alle Lettere, negli anni ha interagito (non sempre in maniera costruttiva) con Alberto Moravia, Goffredo Parise, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda, e, soprattutto, con Roberto Longhi che lo volle redattore per la rivista Paragone e che gli fece conoscere giustappunto Contini. 
La cosa che più rimane impressa della sua complessità è la necessità di far prevalere la purezza dell’intelletto, attraverso l’eleganza del linguaggio e la ricchezza creativa, sulla volgarità che contraddistingue i nostri tempi. Vittorio Sermonti è depositario per definizione della cultura classica, avendo cercato con ogni energia di attuare la circolarità del desiderio, nascosto nelle falde segrete dell’inconscio, attraverso l’incastro musicale della lingua italiana. Per intonare un ringraziamento perenne alla vita, senza paura di affrontare la morte. Perché la Morte – per dirla più o meno con Sermonti – non esiste… esistono i morti e forse esistono soltanto loro.

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